L’insostenibile leggerezza dell’etere

È dai tempi del rock’n’roll che il destino della musica popolare è nelle mani dei dee-jay e di chi li comanda. Dal lupacchiotto Alan Freed (il Wolfman Jack di American Graffiti) ai Cecchetto degli anni Ottanta, fino alla pletora di starnazzatori odierni, la linea di demarcazione fra il più roboante dei successi e il più mortificante dei flop è definita dalle playlist e dalle rilevazioni del famigerato music-control. E tutto ciò diventa particolarmente decisivo proprio d’estate, quando s’apre la caccia al tormentone, quando lo strapotere dell’evanescenza balneare pare essere l’unica bussola dei discografici. Potremo definirla l’insostenibile leggerezza dell’etere. Poiché nulla c’è di più pesante di certa musica leggera… È sempre stato così, è vero. Ma mai come di questi tempi piccoli e grandi network radiofonici appaiono così radicalmente omologati su un’unica ricetta, così appiattiti su un modello unico di sound, fatto di clock tutti uguali, di groove omogenizzati, di canzonette inconsistenti. Mai come oggi i palinsesti radiofonici sbrodolano così poche canzoni con insistenza così ossessiva: una quarantina di novità, con minime variazioni settimanali, passate ciascuna decine di volte al giorno… È così che nasce un tormentone, e che può sopravvivere un tormentino. Ed è così che si soffoca tutto il resto. Con buona pace di chi lavora per mesi a confezionare un album di una dozzina di brani, sperando che almeno uno riesca ad infilarsi nella lista dei signorotti dell’etere: piccoli despoti sulla cui splendida ignoranza ed arroganza poggiano i destini di centurie di vassalli e di servi della gleba, siano essi artisti, discografici, pubblicitari, uffici stampa e di management. A chi giova tutto ciò? Probabilmente a nessuno, ma di questi tempi – e non solo in ambito discografico… – il motivo non sembra ancora sufficiente ad indurre un’inversione di rotta.Molto più comodo continuare a piagnucolare sul fatto che i dischi non si vendono, sui guasti della pirateria, sulla crisi creativa o la globalizzazione dei mercati. Sarà l’estate di Rhian- na o dei Negramaro? Di Give it to me, di Makes me wonder, di Beautiful Liar, o magari di qualche outsider sbucato chissà come da chissà dove? Che domandone impegnative… Ma invece di porsele, gli addetti ai lavori (ovvero tutte le corporazioni in campo) farebbero forse meglio a farsene altre; tipo: cosa farò da grande? Perché avanti di questo passo, il music business si ridurrà a desolato serraglio di cover e di cloni, e la greppia non basterà a sfamare che una manciata di raccomandati. Non è detto che sia un male, beninteso; poco a poco la transumanza verso i lidi internettiani assumerà le dimensioni di un esodo biblico, ma l’anarchia imperante nella giungla del web non lascia al momento intravedere panorami molto più rassicuranti o promettenti. Così occorrerebbe correre ai ripari, a meno che non si preferisca lasciar fare alle leggi darwiniane. Sarebbe un peccato mortale, perché nella musica, come in tutte le altre forme di creatività umana, raramente la legge del più forte tutela il più onesto o il più dotato. Buona estate, caro lettore. E se posso darti un consiglio: spegni quella radio, e cercatene un’altra. Perché fortunatamente le eccezioni ancora sopravvivono: rare, precarie, infrattate nelle catacombe o nei sottoboschi come tutte le specie in via d’estinzione; ma ci sono. Lì ancora girano altre canzoni, altri dischi, altri artisti: non meno precari, ma ugualmente determinati a vender cara la pelle. Cd Novità Giovanni Nuti & Alda Merini Rasoi di seta (Sony-Bmg) A Sanremo non li hanno voluti. Invece questo spericolato connubio fra musica popolare e poesia alta è davvero suggestivo, e molto meno impervio di quel potrebbe sembrare. Ascoltare per credere.

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