L’insegnamento di Guglielmo

Fra pochi giorni, il 6 novembre, sarà passato un anno dacché il nostro direttore Boselli – Guglielmo per tutti noi – ci ha lasciati. Un anno trascorso rapidamente come forse mai, e la ricorrenza invita, impietosa, a un consuntivo. Non è senza emozione che ricordo quel giorno e i successivi quando, stretti fra noi in redazione, come farebbe nel dolore una famiglia naturale, subito ci siamo accorti quanto più vasta fosse questa nostra famiglia. Lo attestava la testimonianza che ci arrivava dai lettori della rivista – quanti! – che avevano voluto farci partecipi del loro rapporto con Guglielmo. E ancora stupore nel costatare che il nostro direttore restava fra noi con la sua grande lezione. Qualcosa di più, molto di più del semplice ricordo che porta a valorizzare nella memoria ciò che ci viene tolto e di cui fatalmente, col tempo, si appannano i contorni. Al contrario si è trattato di una memoria che è andata crescendo via via che facevamo nostra la sua eredità spirituale. Potevamo ancora attingere a quelle certezze morali che eravamo abituati a trovare in lui. Non per nulla Chiara Lubich aveva scritto su Città nuova : “La mia prima reazione? Luce chiara e gioia, direi, perché mi è sembrato di poter affermare che Guglielmo aveva compiuto il disegno di Dio su di lui”. Tuttavia ciò non conduceva ad una interpretazione sentimentale o spirituale soltanto: la lezione di Guglielmo è stata concreta e circostanziata. Anzi, teorizzata, potremmo dire, da lui stesso più volte. Lo ritroviamo in quella sintesi che amiamo spesso ripetere, in cui aveva precisato la linea editoriale di Città nuova: “Diffondere l’idea di un mondo unito oltre le barriere che ne ostacolano il cammino, riflettendo sugli avvenimenti secondo una precisa chiave di lettura che aiuti a discernere se avvicinano o allontanano da questa meta”. Con questo programma davanti, egli invitava ogni lettore a sperimentare la via dell’amore evangelico e farsi protagonista di tale esperienza nella famiglia, nel lavoro, nella società. Una tensione, la sua, tenuta viva fino all’ultimo. Tanto che, pochi giorni prima di lasciarci, il 27 settembre, intervenendo ad un incontro di operatori della comunicazione, sottolineava: “È essenziale la nostra disponibilità al dialogo, con tutte le componenti culturali e vitali presenti nel nostro mondo. Essa ci pone in ascolto di quanto di vero e sincero esiste in culture e religioni diverse dalla nostra, in schemi mentali e di vita differenti dai nostri”. Questo significa “essere capaci non solo di dare, ma di ricevere. E nella comunicazione ciò è indispensabile, anche sul piano del pensiero e del linguaggio”. Pochi giorni fa, e siamo al 28 settembre scorso, giusto a un anno da quella data, la grande famiglia di Città nuova si è ritrovata nel contesto di una più vasta assemblea dei Focolari, con Chiara Lubich stessa che ha svolto un tema sulla comunicazione. Quella che era stata la testimonianza viva di Guglielmo viene confermata: “Gesù fra noi – dice Chiara – è l’anima della comunicazione (…) tutto è vivo per la sua presenza legata a più fattori dell’unità fra noi e con l’umanità intera”. Il testimone che Guglielmo ci ha lasciato viene consegnato ai presenti – un migliaio – e attraverso di loro passerà a tutta la più vasta famiglia dei Focolari, per continuare insieme a diffondere, attraverso il giornale, idee forti e quelle scintille di profezia che la prospettiva del mondo unito suscita in chi riflette e si interroga sulle problematiche piccole e grandi di questo nostro tempo.

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