L’inno alla vita di Bejart

Ovunque teatri esauriti e standing ovation per il Béjart Ballet Lausanne nella tournée italiana dei festeggiamenti per i cinquant’anni di attività di Maurice Béjart. Tra le coreografie più acclamate Le Presbytère n’a rien perdu de son charme, ni le jardin de son éclat (alla Scala di Milano e al ParmaDanza) dedicato a chi è morto in giovane età stroncato dall’Aids. Creato nel 1997 in ricordo di Jorge Donn ballerino simbolo di Béjart, e di Freddie Mercury cantante mito dei Queen, il sontuoso balletto è un inno alla vita trionfante sulla morte. Niente di lugubre e di disfattismo, ma una creazione piena di giovinezza e vitalità. Di luce. Subito in apertura, sulla canzone It’s a beautiful day, c’è un’abbagliante distesa di lenzuola – tombe o sudari – sotto le quali giacciono i ballerini. Facendo affiorare la testa, e, alzati, sventolando i bianchi teli, sembra un richiamo a risorgere. Si danza sulle canzoni dei Queen inframezzate da brani di Mozart. Tutta la partitura coreografica, dove lo stile neoclassico è piegato al moderno, dialoga sull’impervia partitura rock. Amore, angoscia e speranza si intrecciano con leggerezza e forza nelle danze di assoli, pas de deux, pas de trois, e movimenti di grandi masse, che i costumi post-moderni di Versace fanno risaltare. Sono immagini in bianco e in nero di eteree spose, di angeli dalle enormi ali di farfalle, di coppie dai colori sgargianti. Le Presbytère…! vive di contaminazioni stilistiche che un sibilio di vento sinistro accompagna nello stacco fra le varie scene. Ci riportano alla sofferenza le due barelle d’ospedale su cui danza una coppia; e le enormi radiografie calate dall’alto ad annunciare al danzatore in nero i sintomi della malattia. Se la presenza di Mercury è riconoscibile nei costumi eccentrici, quella di Donn aleggia nell’aria fino a concretizzarsi su uno schermo con la maschera tragica e grottesca di Nijinskij, clown de dieu. Fermi, in silenzio, i giovani ballerini guardano. Compatti avanzano poi in una passerella che è compassione e sfida: a guardare avanti insieme, sulle note di The show must go on. La terra di Khan Le braccia sembrano saette, mentre le gambe compiono complesse combinazioni. Attimi di stasi. Di nuovo movimenti velocissimi, audaci, sulle note di un violoncello, di percussioni, e di un cantante. Un turbinio di intrecci, per una coreografia di pura danza. I ballerini a contatto col suolo, saltano, strisciano, cercano di staccarsene. Ma la loro radice li lega alla terra, elemento che ha ispirato Ma – terra nel dialetto hindi, e anche madre – dell’anglo- bengalese Akram Khan. Rifacendosi al libro di Arundhati Roy, che racconta di contadini cacciati dai loro campi; e ad un testo di Hanif Kureisci su una fanciulla che, non potendo avere figli, adotta gli alberi da lei stessa piantati, Khan rilegge la tradizione della danza kathak armonizzandola con un lessico contemporaneo, astratto, originale, per parlarci del rapporto conflittuale tra l’uomo e la terra. Sul fondale verde che fa risaltare il marrone dei costumi, l’immagine iniziale di un uomo a testa in giù che intona una nenia, ci riporta all’infanzia del coreografo appeso agli alberi curioso di guardare il mondo al rovescio e far fluire i pensieri verso la terra. Un’attrazione ripresa dagli interpreti che danzano con la testa piantata al suolo. Germogliare di piante, lotte, conquiste e libertà (come il magnifico duetto di un uomo che vorrebbe tenere prigioniera una donna), culminano nella canzone di Armstrong A Wonderful World, il desiderio cioè di un mondo meraviglioso. E le braccia dei danzatori in controluce, aprendosi, sembrano arrendersi ad una pace ritrovata.

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