“L’infinito è mio”

Da sempre Licini è stato riconosciuto come un maestro dell’arte del ‘900, eppure, fatta eccezione per i riconoscimenti attribuitigli a suo tempo dalla Biennale di Venezia, la sua arte resta lontana dal clamore, in sintonia con la sua ricerca appartata. Le odierne mostre marchigiane ne restituiscono integralmente la complessa fisionomia: per la prima volta Licini è presentato al contempo come pittore, scrittore, politico, sognatore, figura legata alle proprie radici ed errante viaggiatore per luoghi fisici e mentali. Dal corpo di opere emerge un artista sensibile e fedele alle proprie stagioni interiori; ad ogni significativo capitolo dell’anima la sua arte risponde con una meditata mutazione di stile, una metamorfosi che si dischiude in nuove forme e nuovi colori. È così che i ritratti e le nature figurative cedono il passo ai soggetti astratti e geometrici. Arriva il successo, ma più forte è la voce interiore che invita a starsene ritirati, ad aspettare che dentro si compia un nuovo cambio di stagione: Da Milano giungono pressioni e lusinghe di ogni specie, ma io duro. Fra poco sarò pronto per la mia ultima avventura; la vera, la decisiva. Che un vento di follia totale mi sollevi! Darò tutto o morte. E quel tutto arriva: le fredde geometrie si ribaltano in un figurativo completamente nuovo, scarnificato e trasfigurato. Tutti gli accidenti terreni sono scalzati da potenti figure ultraterrene: è l’ultimo sacro passaggio di una crisalide che sfarfalla in un inaspettato e miracoloso surrealismo. Nei soggetti denominati Amalassunta la luna prende volto; il corpo celeste veglia sulla terra imitando le sembianze umane: assume un occhio, una bocca, una mano; o forse è l’uomo, l’artista, a specchiarsi nella luna? Sappiamo che è una compagnia cercata in tante notti. Fra gli spazi espositivi c’è la stessa casa di Licini con la precaria scala a pioli che collega il terzo piano al solaio; una botola e si arriva all’altana da cui l’artista contemplava la volta celeste. Le sue tele sono testimoni non solo di uno sguardo incantato, ma di un dialogo pieno di poesia: Amalassunta è la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco. I celebri Angeli ribelli fluttuano su cieli e terre nuove, scenari essenziali e purificati che risplendono di colore puro. Non esistono più effetti atmosferici variabili ma soltanto cieli che brillano di valori assoluti: la forza del rosso, l’energia del giallo, la profondità del blu… Le presenze cosmiche che abitano questi luoghi non compiono atti particolari o azioni riconducibili alla realtà terrena; piuttosto stanno o, ancor più essenzialmente, sono. Dichiarano null’altro che sé stesse: la riduzione ultima di un essere umano-divino che si mostra potente, fiero ed elegante. Non è un angelismo che evade dalla vita terrena. Mentre gli occhi contemplano visioni siderali, i piedi sono saldamente piantati a terra: volontario nella Grande guerra, socialista, poi fascista, antifascista, nell’albo dei sovversivi, sindaco impegnato con rigore nel risanamento del bilancio comunale, nell’ampliamento della scuola elementare e del cimitero… E mentre cresce il suo impegno umano e sociale, le sue visioni si trasfigurano, sempre più liriche e sempre più premiate a Firenze, Milano, Londra, San Paolo del Brasile. Ad essere trasfigurata quindi è proprio la realtà vissuta, quella realtà che vede l’artista impastarsi senza tregua con la vita, guardarci dentro fino a oltrepassarne i limiti. È proprio il piantare con forza i piedi a terra che gli permette di spingere e decollare. Tenendo gli occhi sulla realtà può contemplarla da una prospettiva completamente nuova e senza pudore può gridare: Eccomi come volo per tutto l’universo, l’infinito è mio.

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