L’infinito di Giovanni Pascoli

Il 6 aprile 1912 moriva a Bologna uno dei grandi poeti del Novecento. Da riscoprire.
Un ritratto del poeta

Se per Giacomo Leopardi, marchigiano, l’infinito era un mare in cui naufragare, per Giovanni Pascoli – di San Mauro di Romagna – esso era un cosmo di cui scoprire ogni fibrillazione intima. Fermandosi ad ascoltarne le voci. In un’esistenza grigia, di insegnante senza troppa vocazione, il poeta romagnolo trova il proprio centro vitale nell’ascolto di un mondo che gli si rivela anche come musica. E ciò spiega la cantabilità, la raffinatezza sonora del suo verso. Preziosa, al punto da non venire compresa.
La “cantilena” della Cavallina storna – che generazioni di studenti hanno imparato a memoria come una filastrocca –, se recitata con amore, diventa una rivelazione dello struggimento del dolore.
Esso è per Giovanni il tema fondamentale. Lo è anche per Leopardi, ma se Giacomo cerca di trascenderlo in un anelito di fraternità universale ne La ginestra, Giovanni questo dolore lo analizza, lo contempla di continuo con esasperata sensibilità, con l’anima sbigottita del “fanciullino”. Ossia del bambino che era rimasto in lui, traumatizzato dalle morti in famiglia, dall’orfanezza che lo spinge a ricostruire il “nido” familiare con le sorelle Ida e Maria, attaccandosi possessivamente a questo legame.
Già in questo amore del dolore, delle lacrime che non hanno mai fine, c’è molto Novecento, ossia un senso di buio e tristezza che non sembra aver fine. Giovanni rimedita sulla sofferenza, non ne trova una ragione. Una delle vette della sua poesia – ma anche di quella dell’intero secolo – è X Agosto. Poesia davvero cosmica, dove la “rondine”, cioè l’uomo, è crocifissa dal male di fronte ad un cielo inesorabile, ingiusto, che continua ad amare, ad inondare di una «pioggia di stelle» – bellissime e amare – la terra: «Atomo opaco del male». Raramente un poeta ha raggiunto una tale desolata visione dell’umanità.
 
Nella terra infatti c’è il male, la morte. Il sentimento della fine, che Giovanni vive con affanno e che attanaglia tanta letteratura contemporanea, diventa un oscuro terrore. Ci sono versi dove neppur osa nominarla («È la…?»), tanto la sente incombente. Come uscire dal gorgo di angoscia, di dolcezze perdute, di nostalgie? Giovanni trova nel “bambino”, che ha in sé, lo stupore per una natura in cui, nonostante tutto, vibra una vita profonda, incessante. Bella. Eccolo osservare, o meglio rivivere, temporali ed albe, primavere e notturni. Porsi trepidante tra alberi e nidi, fronde e acque, distillando parole che sanno di luce e ombra. In una contemplazione continua.
Anche il ricordo dell’infanzia felice e triste, dei propri cari si tramuta in incantevole freschezza. L’avvio del celebre L’aquilone, recuperando il linguaggio quotidiano contro ogni tradizione classica – «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole…, io vivo altrove/ e sento che sono intorno nate le viole» –, lo trasforma in battito lirico che cresce limpido come la primavera e l’adolescenza. Bisogna far attenzione al verbo “io sento”. In esso c’è tutto Pascoli, il suo mondo di sensibilità estrema – sotto vari aspetti simile al nostro –, di attenzione al sussurro del sentimento e dell’infinito.
 
Diversamente da d’Annunzio, che erotizza il sentimento e il cosmo, Giovanni si mantiene nel candore di una innocenza ferita. Anche nel non capire, come un eterno fanciullo, il male e la morte. Pascoli non lotta, come Carducci o d’Annunzio. Vede, ascolta, si stupisce, soffre. Ritorna sugli stessi temi, ossessivamente, e gli nascono versi preziosi come trine, vicini a Debussy, ai fiori di Klimt, a certi momenti di Proust. Crea una lingua nuova, dove la matrice classica dell’amato Virgilio, così affine a lui, si unisce al gusto “decadente”, cioè ipersensibile, di un’età di passaggio. Nella quale egli non si trova.
La deriva retorica e nazionalistica delle sue ultime poesie esprime il disagio di un poeta costretto, succeduto a Carducci all’università di Bologna, a diventare “vate”. Ossia a non essere più poeta lirico, come è lui.
È questo il Pascoli da scoprire. Non da riscoprire, perché oggi anche il suo anniversario è rimasto quasi in sordina. Eppure siamo di fronte ad un poeta che ha “sentito” tutto, e forse ha anche pianto “per tutti”. Come la madre che nella chiusa de L’aquilone pettina i capelli del figlio «piano, per non fargli male». Con il suo linguaggio quotidiano e cantabile, Pascoli, più di tanti, ha osato dire la verità dei sentimenti. Come sanno fare i veri poeti.

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