L’inferno del nord

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Prima di vincerla, bisogna imparare a perderla… spiegò Ballerini, dopo essere entrato di prepotenza nella storia della Parigi- Roubaix con il doppio successo del ’95 e del ’98. Ci sono corse ciclistiche che non perdonano, ma insegnano. Insegnano che non ci si può nascondere, che nessun santo protettore ti può venire in soccorso se non sei in piena forma, se non hai innato talento naturale e forza fisica in abbondanza da scaricare sui pedali. E ci sono corse dove l’imprevedibile, comunque, accade sempre. La Roubaix è l’uno e l’altro: il suo albo d’oro, prima edizione nel 1896, è il dizionario storico del ciclismo mondiale ed evoca alla memoria sfide leggendarie. E sono molti coloro che nutrono rimpianti per non avervi saputo iscrivere il proprio nome. Se monsieur Roubaix è Roger De Vlaeminck, con i suoi quattro successi, per tre volte sono saliti sul gradino più alto del podio campioni come Van Looy, Moser, Museeuw, gente che a pieno titolo è entrata nell’Olimpo delle due ruote. Merckx, Gimondi, Hinault, Serse e Fausto Coppi qui sono entrati nella leggenda. Ma la corsa regina delle classiche si è presa gioco più d’una volta dei campioni, consacrando per la vita imprese di carneadi come Knaven, Guesdon o lo svedese Backstedt, vincitore lo scorso anno. L’epica durezza della corsa non è legata solo alle improvvise piogge primaverili del nord della Francia, ma agli oltre 50 chilometri di pavé, strade arcuate a schiena d’asino, coperte da lastroni di pietre selciate, alcune di epoca napoleonica, caratteristiche di quella regione. La sorte qui è legata a cadute e forature, sempre in agguato su un terreno così accidentato, forature che tormentano la Roubaix e non risparmiano nessuno: c’è chi ne ha collezionato una mezza dozzina in un giorno! Le ammiraglie, su quelle strade strette e sconnesse, non sono certo sempre alle calcagna di chi cerca una ruota da cambiare. E così, più d’una volta, il campione favorito ha dovuto cedere lo scettro, ormai in vista del traguardo, al gregario, uscito dalla sua ombra, che ha indovinato la fuga giusta. Per lunghezza, 260 chilometri, e sollecitazioni del terreno, la Roubaix è la corsa di un giorno più massacrante della stagione ciclistica: normalmente non più di un terzo dei partenti conclude la corsa. L’edizione 2005 non vedrà i corridori nel tratto di pavé divenuto simbolo della corsa: quello che si snoda nella Foresta di Arenberg, voluto da Jean Stablinski, l’ex-minatore e campione del mondo nel ’62. Quella lingua di pavé, larga poco più di 3 metri e lunga 2400, con pietre grosse, lisce e sconnesse, da tempo chiusa al traffico, dal ’93 è monumento nazionale. Qualcuno vi ha misurato anche 25 centimetri di dislivello fra un sampietrino e l’altro e molti sono pericolosamente nascosti dal fango. Ci sono settori più terribili è c’è del pavé ancora più brutto, ma nessun tratto ha la magia dell’Arenberg. Quel tratto di strada, dove per il resto dell’anno il silenzio regna sovrano, è stato per decenni la frontiera della corsa: chi ne usciva nelle prime posizioni aveva via libera fino al Velodromo, chi perdeva colpi su quel tratto era praticamente spacciato. I corridori vi arrivavano con una lunga volata accanto alla miniera di carbone, chiusa nell’89, che ha ispirato il film Germinal. I primi vi entravano a velocità folle: bastavano poche gocce d’acqua ed il fango diventava il nemico numero uno, quello più ostico. Quello che copre i volti con una maschera, quello che non perdona chi vi scivola ad oltre 40 all’ora. Il pavé dell’Arenberg è stato dichiarato inagibile (verrà restaurato) solo dopo ripetuti sopraluoghi: nessuno aveva il coraggio di privare la corsa del suo simbolo. Ma l’anziano, ma ancora vivace Stablinski, non si è perso d’animo ed ha scovato una deviazione che non farà rimpiangere l’Arenberg: quattro tratti di pavé al posto di uno, con i chilometri di selciato saliti da 51 a 54,7, con un tratto inedito di pavé, ad Hameau du Buat, lungo 1.700 metri, di cui 1.100 in salita! Sul pavé da incubo i corridori sono sostenuti incessantemente da due impressionanti ali di folla, che stringe ancor più la carreggiata, una folla che non ha pari nel circuito ciclistico mondiale. In quella marea di appassionati che non perderebbero una Roubaix per nulla al mondo, sono mescolati centinaia di cicloamatori in avanscoperta per la loro gara, la Parigi-Roubaix per amatori, la manifestazione riservata alla loro categoria che si corre a giugno sul medesimo percorso e che vede al via qualcosa come 1.500 irriducibili delle due ruote: uno sforzo immane sopportato per poter raccontare un giorno ai nipotini di aver sputato sangue nell’inferno del nord. Per loro, come per i professionisti, la Roubaix rimane una corsa unica, che ancora oggi evoca imprese d’altri tempi. Per non smentire la tradizione eroica, il vincitore riceve un trofeo che è letteralmente un pezzo di strada, una pietra nera estirpata dalla carreggiata e fissata su un piedistallo.

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