Linda e “gli altri”

Quando oltre a combattere la solitudine c’è da combattere la malattia, la forza arriva anche dalle persone buone. Di Paola Giribaldi
Foto: Pexels-Pixabay

Linda è una signora di 68 anni. Ha un tremore costante da tanti anni, con cui ormai convive, come con tanti altri acciacchi. Acciacchi di anima, oltreché di corpo. Di anima perché lei sa, e racconta, che la sua mamma non l’ha mai voluta e che è stata messa da piccolissima in un istituto dove è rimasta fino ai 18 anni. Poi è cominciata una vita di lavoro, per quasi 40 anni, con i disabili nelle case di riposo e a fare le pulizie in nero nelle famiglie dopo l’orario di lavoro, perché lo stipendio era troppo basso.

Una vita di fatica e di imprevisti senza mai avere un familiare che facesse da salvagente nei momenti in cui ti sembra di affogare. Sempre sola: quando ti danno lo sfratto, quando devi “fare i debiti” per pagare le bollette o i mobili, quando sbagli e non te n’eri accorta, ma devi pagare lo stesso. E poi finalmente arriva la pensione: ma è minima, come la sua vita, e bisogna continuare a pulire le case degli altri, anche della padrona di casa, per arrotondare. Tutto regge a malapena, in un equilibrio mai raggiunto, che richiede di non sgarrare mai e di non concederti aspirazioni.

E se ti ammali si rompe tutto. Diventa tutto nero. Come quando ti alzi di scatto e ti devi tenere per qualche secondo. Tu puoi contare solo su di te e quel “te” deve stare bene, non si può fermare, non si deve inceppare. Sennò, chi si occupa di “te”? E invece a Linda, come a tante persone, è arrivato un tumore, operato una volta, una seconda e che, adesso, richiede un terzo intervento. Troppo. Per una persona sola. Per una persona da sola.

La prima tentazione è di non fare nulla, di non curarsi, di non presentarsi il giorno della Tac, il giorno dell’intervento, al ritiro dell’esame istologico. «Tanto prima o poi bisogna morire», si dice, per giustificarsi con sé stessa. E chissà che giornate lunghe, di lacrime e tv sempre accesa e di occhi negli occhi del suo cane e del suo gatto che sono la sua famiglia. Poi scatta la rabbia: «Sempre brutte notizie!», dice e urla a chiunque e al mondo intero, e punta i piedi e scuote la testa, ben più di come si muova già da sola. E minaccia sempre che non verrà, che non ce la farà a tornare in ospedale l’ennesima volta. Che non è giusto: è il suo compleanno, ha l’affitto da pagare, ha il frigo rotto e il cane che è malata pure lei.

Ma agli appuntamenti si presenta e anche un po’ prima perché è una persona puntuale. E vivendo, giorno per giorno, momento per momento, si cura. Fino ad ora. Domani non si sa. Perché? Forse perché in ospedale non è sola. Non è più sola. C’è la sua dottoressa che, anche se sempre di corsa, la sa prendere ed è più dispiaciuta di lei nel doverle comunicare ogni volta che non è ancora finita. E l’oncologa che può farle uno sconto di chemioterapia: 4 mesi al posto di 6 o accontentarsi dell’ormonoterapia, e a malincuore lo fa. E Linda lo vede e lo sente, nel cuore anche lei. Ci sono le infermiere che le prenotano tutto al posto suo, così non ha la scusa di non esserci riuscita! Ci sono le impiegate della segreteria che, allo sportello, hanno pazienza e sono gentili con lei anche quando bofonchia e non si capisce di cosa ha bisogno e ci impiega tre ore al posto di fare in fretta, con la coda dietro. E c’è l’assistente sociale, che lei chiama il suo angelo anche se non è sicura di essere credente – perché c’è… sempre. E non se lo spiega perché le assistenti sociali di solito sono cattive e insensibili e non danno risposte ai problemi. Invece se bussi alla sua porta in fondo al corridoio, risponde: «Avanti». E può dirle che non se la sente di farsi operare, che non sa come pagare le bollette, che ha la lavatrice rotta da mesi: ma dopo l’intervento al seno non potrà più usare il braccio per sfregare e lavare tutto a mano, e come farà? E il cane chi lo porta fuori, che tira? Come farà se non può fare i lavoretti, per gli effetti collaterali delle terapie, a integrare la pensione? E sopra ogni cosa può dirle che non vuole perdere i capelli, che ci tiene troppo e anche solo alla tinta dai cinesi non riesce a rinunciare… E parlando, lei ascolta e uno già si sente un po’ meglio. Poi prende le cose una per volta e le guardano insieme, le girano di qua, di là, di sopra e di sotto e a Linda, per alcune, viene in mente che potrebbe affrontarle in quella maniera…, perché lei se l’è sempre cavata da sola e alla fine sa come fare. Ma per altre c’è una strada che lei non conosceva e seguendo le indicazioni del suo angelo, anche le porte di quei posti come il Comune, l’Asl, l’Inps si aprono per lei, perché lei ne ha “il diritto”.

Ma la cosa più incredibile è che per quello che nessuno può risolvere, ci sono “gli altri”. Ma gli altri chi? Dove? Che nessuno c’è mai stato quando aveva bisogno, che ognuno si fa i fatti suoi e che i suoi amici sono messi come lei o peggio di lei. Le persone buone. Le persone che, quando hanno qualcosa in più, che non è loro necessario, lo danno. E lo danno a chi, il necessario, non ce l’ha. Per loro funziona così. È naturale e giusto. Non tutti le hanno incontrate le persone buone o, meglio, non le hanno viste, ma ci sono. E l’angelo le conosce. E ha chiesto. E una ha risposto, subito. Ma non una volta e basta, perché chi non arriva mai a fine mese l’ansia ce l’ha sempre. Per un po’, finché serve e finché si potrà: un poco tutti i mesi. Come una sorella, una zia, una cugina. Della famiglia… umana. Di quella, anche Linda fa parte. E non è più sola. Ora arriva in ospedale con i fiori, una piantina, un vasetto, la Stella di Natale, le violette. Dà anche lei quello che ha: riconoscenza, gratitudine e un po’ di forza che ha ritrovato. Sentimenti nuovi “fioriti” da poco. Per questo Linda ce la fa.

 

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