L’Incoronazione di Amadeus

Mozart, Messa dell’Incoronazione in do maggiore e brani sacri. Coro e Orchestra del Duomo di Salisburgo. Roma, Sant’Ignazio. Abituati ad un Mozart o filologico o enfatico o semirock eccetera – tante sono le interpretazioni attuali – stupisce, incanta la misura con cui la grazia di Amadeus è risolta dai complessi salisburghesi. Tempi agili, espressività cantabile, dolcezza del coro e dei solisti (fra tutti il soprano Aki Hashimoto) su di un’orchestra scarna, secondo la disposizione dell’autore nel duomo della città natale. Il risultato è bellissimo: non una sillaba musicale in più, le parti della Messa scendono – intervallate da altri brani dell’Autore – come un ruscello pulito: la melodia sgorga con una purezza sbalorditiva non solo nel celebre Agnus Dei, ma nel Kyrie o nel Credo: ove basta una dolce discesa in minore nel Passus et sepultus a dire un dolore infinito più di un’orchestra romantica scatenata. Che equilibrio in Mozart. Si direbbe celestiale, sentendo brani come il Tantum ergo o l’Ave verum, arcinoti, ma di una castità esecutiva che li fa sembrare appena nati. Una musica simile, eseguita da complessi che la amano senza virtuosismi o esibizionismi, parla da sola di una fede nativa, cristallina. Resta il miracolo di Amadeus che, appena si guarda dentro, fa uscire un’ispirazione senza errore, di fronte alla quale solo ci vuole l’umiltà (e la professionalità) dei Salisburghesi e del loro direttore János Czifra, maestro di precisione e di delicatezza. Pubblico folto e, una volta tanto, devoto davanti ad un concerto voluto dalla Fondazione Pro Musica e Arte Sacra, e dalla Fondazione Operandi Onlus. GALA RACHMANINOFF Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia. Yuri Temirkanov resta quello che ormai si sa, un direttore affascinante. Non solo per il gesto così aereo, musicale, ma per l’impegno esclusivo del corpo e della mente nel dare vita sempre nuova a ciò che si credeva già esplorato. Prendiamo le Danze Sinfoniche per orchestra (1940). Più che danze, una Sinfonia in tre tempi, ove il tema gregoriano del Dies Irae rimanda a quei medievali Trionfi della morte affrescati in tutt’Europa. Temirkanov non ha segreti per estrarre dall’ottima orchestra suoni laceranti o soffusi o incandescenti. Un pathos raggrumato, forse più alto del fascinoso Concerto n. 3 per piano e orchestra (1909), il cui tema iniziale è di bellezza memorabile nella sua spontaneità. Ma è opera soprattutto di grande virtuosismo che giganteggia su un’orchestra talora cameristica a dar sfogo ad un romanticismo mai fuori moda. Furente il bravissimo pianista Nikolai Demidenko, pubblico quasi impazzito.

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