L’incontro a Montecitorio

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Personalità di grande rilievo nella Chiesa e nella cultura, Giordani era deputato quando ricevette a Montecitorio alcuni francescani: tra essi c’era una giovinetta, Chiara, che parlava come un’anima ispirata dallo Spirito santo, ed annunziava l’inizio di un’epoca nuova: l’era di Gesù. Era la voce che aveva atteso e gli produceva una sorta di conversione nuova; irrompeva in lui il fuoco dello Spirito Santo, che – scriveva – era divenuto anima dell’anima mia; e il suo cammino di santità di tipo individuale ora era coinvolto in una ascesa in cordata verso un Dio che quella giovinetta gli riscopriva come amore. Visitando la comunità di Trento, constatava la grandezza e novità della divina avventura di Chiara. All’inizio, considerandone la religiosità contemplativa e pratica , l’aveva paragonata a Chiara d’Assisi; ora, incontrando il suo movimento di consacrati al Vangelo da vivere in mezzo al mondo, l’accostò a Caterina da Siena. Terziario domenicano, ne aveva meditato le Lettere e utilizzato il Dialogo della Divina Provvidenza per un proprio libro di mistica (Il sangue di Cristo); la apprezzava tanto da scrivere di lei come altera Maria , e considerarla la donna più grande dopo Maria. Ora vedeva Caterina rivivere in Chiara; perciò chiese di legarsi a lei con voto di obbedienza, come facevano i caterinati. Chiara, invece, gli propose un patto gestito da Gesù Eucaristia; Giordani, pronto, aderì. Era il 16 luglio 1949. Ne scaturirono per Chiara doni di altissima contemplazione, che lei comunicava a Giordani. Egli ne era estasiato e, in una lettera del 20 luglio profetizzava: Chiara ha raggiunto vette ed ha avuto illuminazioni così profonde che la mia commozione resta vibrante. Uno spirito così unito a Dio non c’è forse mai stato, dopo la Vergine. Chi faceva queste valutazioni ardite era un’anima che s’era formata alla scuola dei Padri della Chiesa, e aveva già pubblicato vite di santi quali Crisostomo, Giustino, Paolo di Tarso, Ignazio, Giovanni di Dio: non ricerche storicofilologiche, ma meditazioni luminose sul loro specifico messaggio di santità, che Giordani rilanciava ai cristiani d’oggi. A questi testimoniò, con la parola e con il vivere, la bellezza del messaggio di Chiara Lubich. È VOLUTA ARRIVARE A TUTTI Pubblichiamo un testo di Igino Giordani scritto nel 1977, all’indomani dell’assegnazione a Chiara Lubich del premio della Fondazione Templeton per il progresso della religione. Quest’anno il premio Templeton è stato assegnato a Chiara Lubich. È stata scelta universalmente quasi per una convergenza di adesioni da razze, religioni, idee d’ogni tipo; riconoscimento, secondo il programma Templeton, alla universalità dell’amore. In Chiara Lubich s’è vista l’apostola dell’amore di Cristo: e cioè di un amore donato, con la testimonianza evangelica della sua vita: luce ascesa da una città alpina, Trento, verso il cielo, per illuminare la città dell’uomo e fare delle genti l’unico popolo di Dio. La fama improvvisa non turba la sua semplicità e tanto meno il suo distacco dalle soddisfazioni umane, ella che fonda sul dolore di Cristo in croce abbandonato la propria spiritualità. L’apostolato della Lubich si polarizza sull’amore a Dio e agli uomini inseparabilmente. Già da bambina, nelle letterine alle compagne di scuola, scriveva che urge far amare l’Amore. E quella sua volontà d’amare senza limiti le associò le prime compagne, che condivisero con lei, durante la guerra, servizi eroici per le vittime di Trento. Senza mezzi, senza aiuti, ella, povera, accolse tutti, uomini e donne, ricchi e poveri, bambini e anziani, e volle arrivare a tutti: dai bangwa del Camerun a statisti e scrittori e artisti, dai mocambos del Brasile alle capanne della Corea, da De Gasperi a Daniel-Rops, dal card. Bea al Consiglio mondiale delle Chiese, dai cattolici ai luterani, dai riformati ai non cristiani e ai non credenti e atei. Chi coltivava la santità apprezzò le sue doti. Atenagora la chiamava figlia; le dava il nome di Tecla, e la vedeva come uno dei legami con Paolo VI. E Paolo VI, scrivendo a sua volta nel marzo 1968 alla Lubich, le disse quanto conforto, quanta edificazione, quanta speranza abbiano recato al nostro spirito le notizie, che ella ci comunicava in seguito alle sue conversazioni con il venerando patriarca Atenagora, da noi tanto ammirato ed amato. Il fondatore di Taizé, Roger Schutz, nella prefazione alle Meditazioni della Lubich, scrisse: So che per mezzo di donne, come Chiara, Dio ci dona un incomparabile strumento di unità, per noi cristiani separati.

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