“L’Impero”, tra fantascienza e poesia

Escono “L’Impero” di Bruno Dumont su una “guerra nello spazio” e il documentario sull’Antartide del regista Jacquet
Lyna Khoudri, Anamaria Vartolomei, il regista Bruno Dumont, Julien Manier e Brandon Vlieghe alla presentazione de "L'Empire" durante il Festiva di Berlino, 18 febbraio 2024. Ansa/HANNIBAL HANSCHKE

Bruno Dumont, 66 anni, ha esordito nel 1997 con il bellissimo e struggente L’età inquieta e ha continuato ad affrontare i problemi dell’amore, dei rapporti e qui del conflitto tra il bene e il male. Ma il suo ultimo film, L’Impero, non è pesante o retorico, nemmeno una presa in giro di Star Wars, come qualcuno ha creduto e scritto.

Siamo in un villaggio di pescatori nel nord della Francia. Un posto tranquillo finché non nasce un bambino speciale, talmente speciale che scatena la guerra segreta nello spazio tra le due forze opposte, il Bene e il Male, ossia le fazioni Uno e Zero. Trasferitesi sulla terra, e introdottesi nei corpi umani, danno seguito ad un conflitto tra gli abitanti del villaggio che all’inizio si pone su un piano non invasivo, poi però vede una guerra  terribile scatenarsi nello spazio. Che ne sarà di questo bambino, piccolo Messia, rapito e poi ritrovato e poi ancora nascosto come fosse un redentore che degli spietati Erode vogliono uccidere?

Per saperlo, bisogna vedere questo lavoro immaginifico, ricco di effetti speciali “americani” ma teso ad affermare la lotta apocalittica tra le forze naturali dell’amore, sotto ogni punto di vista, e l’istinto della conquista dell’umanità, naturalmente attraverso determinati personaggi, affidati ad attori del calibro di Fabrice Luchini, guitto diabolico, e ad un nutrito gruppo di star. Vale la pena vederlo per diversi motivi: cogliere la sensibilità europea di un cineasta profondo e attento alla spiritualità nei confronti del sistema fantascientifico americano. Osservare come esso venga utilizzato come strumento per poter però narrare contenuti universali e non una fiction strabiliante, e poi stupirsi della meravigliosa natura che fa da cornice ai dialoghi, alle scene belliche e amorose e alla domanda che sempre ci si pone in questi lavori apocalittici: dove stiamo andando? Da non perdere.

Il regista Luc Jacquet e il produttore Laurent Baujard alla presentazione di “Voyage au pole Sud” (Antarctica Calling) durante il Festival internazionale di Locarno, Svizzera, 7 agosto 2023. Ansa/JEAN-CHRISTOPHE BOTT

Altro mondo invece che sembra però infinito è quello del docufilm Viaggio al Polo Sud, in cui la voce fuori campo del regista Jacquet ci accompagna durante il “pellegrinaggio” – così è infatti – verso l’Antartide, le sue distese bianche minacciate dall’uomo. Un viaggio per ritrovare l’innocenza, la verginità del creato, il contatto con esseri pieni di vita e atmosfere candide che fanno entrare lo spettatore in una sorta di cosmo luminoso. Lavoro pieno di nostalgia per una terra ancora incontaminata – fino a quando? –, dove la vita si fa avanti nonostante l’inclemenza del clima, ha voglia di stare al mondo, di moltiplicarsi. Tutto ciò affascina il navigatore che, in questo universo innevato, sembra felicemente voler perdersi. Affascinante.

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