Lidia Rolfi Beccaria, la memoria e l’oblio

Una scritta antisemita è comparsa sulla porta di casa del figlio di una partigiana piemontese deportata nel lager di Ravensbruck. Il ricordo indelebile di chi l’ha conosciuta
Foto Marco Alpozzi / LaPresse

Pochi giorni fa, una mano sconosciuta ha imbrattato la porta dove abita il figlio di una donna straordinaria. Si chiamava Lidia Rolfi Beccaria, deportata a Ravensbruck

La memoria corre veloce a quel giorno del 1983 in cui l’avevamo incontrata. Noi, liceali 17enni, volenterosi nel nostro lavoro di ricerca intitolato “ I lager nazisti nella memoria scritta e orale dei sopravvissuti”. Lei, donna forte e per nulla accondiscendente alle nostre domande ingenue (“davvero non ci si poteva ribellare?”) ci aveva accolti proprio in quella casa di Mondovì .

Ho ancora il prodotto di quella esperienza: fogli battuti a macchina da scrivere, fotocopiati e rilegati artigianalmente, interviste riportate secondo quanto avevamo raccolto e tradotto dalle registrazioni su cassetta.

Una intervista dai toni forti  quella con Lidia Rolfi (proprio in quei mesi uno storico francese aveva iniziato a divulgare idee revisioniste, negando l’esistenza dei lager), ma rileggendola ora mi pare particolarmente significativo un passaggio. Così riportavamo le sue parole: «distruggere i rapporti umani era nelle intenzioni dei nazisti, ma il materiale umano reagisce in modo completamente diverso. Tutti quelli che sono vivi lo devono non solo a se stessi, ma all’aiuto di qualcuno, perché non è possibile in una situazione di questo tipo salvarti se sei solo... Ho vissuto i cinque mesi peggiori quando mi sono venuti a mancare tutti i rapporti umani, in cui mi sono sentita degradare totalmente…avevo solo diciannove anni … Poi ho cominciato a lavorare con un gruppo di francesi: erano delle donne straordinarie, e a me è  sembrato di rivivere: perché è vero che la razione di viveri era sempre quella, che il posto letto era sempre quello, però finalmente mi sentivo parte di un gruppo. Solo così potevi resistere».

Grazie a quel lavoro, partecipammo al primo  Viaggio della Memoria della Regione Piemonte, a Mauthausen, Gusen e Dachau. Le parole ascoltate dagli ex-deportati diventavano “visibili”. Nel silenzio dell’immenso piazzale di Dachau esplodeva nell’anima una domanda “Dio, dov’eri?”.  E in quel silenzio, misteriosamente, mi sembrava risuonasse una risposta “Ero lì, crocifisso”. L’unica risposta possibile, forse.

Sul pullman del ritorno, una solenne promessa alle persone straordinarie che ci avevano accompagnati in quel  viaggio: non avremmo dimenticato e avremmo anche noi “testimoniato”.  Nei due anni seguenti ripetemmo l’esperienza coinvolgendo classi degli anni successivi al nostro.

Oggi, a quasi 40 anni, in quel liceo (l’Alfieri di Torino) studia mio figlio. Da lui mi arriva un whatsapp che riporta una notizia: un adesivo su ogni porta. Hanno tappezzato l’ingresso delle classi. «Antifa Hier», «Qui c’è un antifascista».

Il professor Ottino che ci aveva guidati in quell’esperienza e tutti gli ex-deportati che allora avevamo incontrato ormai non ci sono più, ma i loro volti e i loro nomi sono impressi in modo indelebile, anche a distanza di tanti anni.  Chissà se scopriranno coloro che si sono sentiti coraggiosi imbrattando la memoria con scritte indegne. Ma a dire il vero mi interessa poco: che restino nella loro penombra o che compaiano per un giorno sui giornali, per loro è assicurato solo l’oblio.

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