Libia: niente di nuovo, purtroppo

Gli scontri fra milizie libiche di fine agosto sanciscono la fine del sogno, aperto 2 anni fa con le Conferenze internazionali, di aprire un percorso per uscire dal caos innescato nel 2011 e mai risolto. Da dove ripartire?
Le forze fedeli al primo ministro Abdul Hamid Dbeibah nelle strade di Tripoli, in Libia, lunedì 5 settembre 2022. Foto: AP/Yousef Murad

Nell’ultimo weekend di agosto, in Libia, ci sono stati scontri fra milizie. Niente di nuovo, purtroppo, ma questa volta il bilancio è stato pesante: in poco più di 24 ore, oltre una trentina di persone (metà civili) sono rimaste uccise e circa 160 ferite. È la prima volta che la violenza si riaccende con questa intensità dopo il “Cessate il Fuoco” concordato nel 2020 fra le parti. La causa scatenante è stato il terzo tentativo di occupare Tripoli, la sede del Governo di Unità Nazionale (Gun) guidato dal premier Abdulhamid Dbeibeh, da parte delle milizie che appoggiano Fathi Bashagha, l’altro premier, quello del Governo di Stabilità Nazionale (Gsn) designato dal Parlamento di Tobruk, che Tripoli non riconosce. E viceversa, i dissidenti della Cirenaica ritengono Dbeibeh scaduto dopo aver tradito la promessa di dare un nuovo corso al Paese e poi dimettersi.

Cosa c’è di nuovo, quindi, rispetto all’attacco non riuscito a Tripoli nel 2019 da parte del generale Khalifa Haftar (Cirenaica) contro il Governo di Fayez al-Serraj (Tripolitania), dopo lo sforzo notevole che si è cercato di attuare a livello internazionale (Conferenze di Berlino e Parigi) per far tacere le armi in una guerra che va avanti dal 2011, e per ridare al popolo libico una prospettiva di pace? Per quanto riguarda il conflitto tutto è rimasto come prima: si continua a non dialogare, a cercare di eliminare l’avversario senza riuscirci, le milizie difendono i loro interessi sostenute da sponsor internazionali. Solo le situazioni e gli attori del conflitto si sono leggermente modificati, ma non più di tanto.

Senza pretendere di affrontare in poche righe l’intricatissima vicenda del conflitto libico, esploso nel 2011 all’indomani dell’attacco Nato al regime del colonnello al-Qadhdhafi (Gheddafi), nella fase attuale, si può dire, emergono soprattutto le milizie che si spartiscono il territorio, con le loro alleanze e i loro sponsor.

A difesa di Tripoli e di Dbeibeh sono intervenute in questi giorni soprattutto la Forza Rada, la Brigata 444 e la Forza di sostegno alla stabilizzazione. Le milizie schierate con Bengasi che hanno tentato, questa volta, il colpo di mano sono state soprattutto la Brigata 777 e il Battaglione 92. Ma il variegato panorama libico comprende gruppi tribali e milizie armate più o meno coinvolti, con circa 300 milizie piccole e grandi che si alleano e disalleano a seconda della convergenza o meno di alcuni interessi (petrolio, gas, migranti, il controllo di un certo territorio, ecc.).

Poi ci sono gli sponsor: quello importante e visibile accanto a Tripoli è la Turchia (e come sempre ma defilato il Qatar, per via della comune vicinanza alla Fratellanza Musulmana), fornitrice dei droni che si sono dimostrati efficaci nel contrastare l’attacco di Haftar nel 2019.

E dietro a Bengasi ci sono da tempo Egitto e Emirati Arabi Uniti, anche se ultimamente sembrano un po’ meno impegnati e convinti. Sul terreno è da tempo presente un contingente di contractors del Gruppo Wagner, nota espressione non ufficiale di “interessi russi”, comunque non limitati alla Libia ma proiettati all’intero Sahel. In questa fase, però, gli schieramenti e le relative forniture di armi non sono più così nette come sembravano fino a 2 anni fa. Per esempio, il governo turco sembra adesso mantenere buoni rapporti sia con Dbeibeh che con Bashagha (ex ministro di al-Serraj a Tripoli), tanto da porsi anche qui (oltre che altrove) come “autorevole” mediatore fra le parti.

Tra i Paesi particolarmente interessati a stabilire futuri rapporti con la Libia (quando ci sarà), e al momento con alcune milizie tripoline, si colloca certamente l’Italia, che ha finora concluso poco e in modo piuttosto ambiguo, limitandosi a quanto pare più a contenere il problema che a promuovere politiche attive. Con un ruolo per certi versi inquietante, anche la Francia, da sempre vicina a Bengasi e comunque ostile agli interessi turchi, è coinvolta nel conflitto libico.

In gioco non ci sono solo petrolio e gas, per quanto particolarmente ambiti, ma anche molto altro.

Insomma, la speranza di due anni fa di una road-map per uscire dal caos libico sembra tramontata. Il tempo delle speranze è oggi particolarmente in crisi, non solo in Libia. Eppure occorre ripartire, cercare, provare, aprire, anche in Libia. Arrendersi è disumano nei confronti della popolazione libica, ed è ingiusto verso la pace: diritto e dovere di tutti.

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