Libia, la guerra degli altri

Il puzzle bellico a meno di un’ora di volo dalle coste italiane conta non meno di 300 tasselli, le diverse milizie sostenute da coalizioni di potenze di vario livello. Nemmeno il coronavirus è riuscito a fermare le ostilità. Un quadro altamente inquietante, anche per l’assenza di una politica europea
Il generale libico Haftar, foto Ap.

In Libia la guerra non l’ha mai fermata nessuno, neppure la pandemia da coronavirus. Continua fin dal pretestuoso intervento Nato del 2011. In realtà da 9 anni è in corso una guerra per procura fra potenze di prima, seconda e terza fila che armano e sostengono le oltre 300 milizie, più o meno aggregate in due schieramenti, che si contendono pezzi e pezzetti del territorio che componevano la Jamahiriya del colonnello Gheddafi. È la guerra degli altri, di quelli che non possono o vogliono combattere direttamente, ma che forniscono armi a chi difende le loro “giuste” posizioni e anche qualche interesse collaterale.

In questo quadro solo apparentemente ambiguo si inserisce anche l’ultima dichiarazione dell’“uomo forte della Cirenaica”, il generale Khalifa Haftar, che il 27 aprile scorso alla tv libica al-Hadath ha dichiarato di «accettare il mandato del popolo libico per occuparsi del Paese». Di quale mandato parlasse e chi glielo avesse conferito non è dato sapere, tanto più che il Parlamento secessionista di Tobruk, che l’aveva nominato Capo di stato maggiore, è stato da lui destituito. La dichiarazione di Haftar ha tutta l’aria di essere l’ennesimo colpo di scena per sparigliare le carte nel tentativo di attribuirsi una credibilità che i veri attori della guerra, e molti cittadini libici, sembrano non volergli più riconoscere.

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha commentato in modo laconico: «Non approviamo le dichiarazioni con cui il maresciallo Haftar sembra voler decidere da solo la vita del popolo libico». Se però la presa di posizione russa appare chiara, dietro c’è dell’altro. Non è infatti un mistero che la Russia abbia finora sostenuto Haftar. Lo ha fatto ufficiosamente, per esempio attraverso la compagnia Wagner (contractor russi, cioè mercenari) o vendendo armi all’emiro degli Eau, ben sapendo che erano destinate all’esercito nazionale libico (Lna) di Haftar.

I governi degli Emirati (con una qualche vicinanza francese), dell’Arabia Saudita e dell’Egitto, poi, non possono digerire che Tripoli si appoggi ai Fratelli musulmani, e quindi hanno finora fornito ad Haftar le armi per contrastare il governo di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, a sua volta rifornito con uomini e armi di provenienza turca e finanziamenti qatarioti (filo Fratelli musulmani).

Russia Putin SyriaNel frattempo, però, il leader russo Putin si è impegnato a mediare con Erdogan per salvare la situazione in Siria, e nella trattativa deve esserci entrata anche la Libia. Da qui potrebbe derivare almeno in parte il venir meno del sostegno russo ad Haftar. Il Pentagono, da parte sua, dichiara che non vuole entrare nel caos libico (caos che però nel 2011 ha contribuito ad aprire, insieme alla Francia e alla Gran Bretagna, sotto l’ombrello della Nato), ma le armi ai sauditi le vende volentieri, senza approfondire dove poi vadano a finire.

Il problema, complicatissimo, si è ultimamente ingarbugliato per il fatto che Haftar, oltre a pretendere di diventare il nuovo raïs libico, starebbe crollando sotto il profilo militare, nonostante gli enormi sostegni ricevuti. E una delle cause di questa debacle militare annunciata è probabilmente dovuta al cospicuo appoggio militare al governo di Tripoli che i turco-qatarioti hanno recentemente ed esplicitamente intensificato.

Infine, last but not least, dietro alle dichiarazioni di facciata, di principio e di convenienza si muovono grossi interessi: il controllo degli appalti e del petrolio libico, ma soprattutto dei giacimenti di gas naturale del Mediterraneo orientale. Gas che europei, israeliani ed egiziani con il gasdotto EastMed puntano, con l’approvazione del governo Usa, a fornire all’Europa (potenzialmente il 10% del fabbisogno complessivo), aggirando il territorio turco e puntando a ridurre la dipendenza europea dal gas russo.

In tutto questo come c’entra l’Ue, che prima del coronavirus si era data da fare con la Conferenza di Berlino per favorire il cessate il fuoco in Libia? Alcuni Paesi dell’Ue continuano purtroppo a fornire agli attori della guerra libica parte di quelle armi che si vorrebbe far tacere, senza che l’Ue abbia la capacità di affrontare una politica comune in grado di controllarne produzione ed esportazione; l’Operazione Irini per bloccare l’afflusso di armi in Libia è stata avviata in ordine sparso e in modo inconcludente; dei profughi tenuti in ostaggio in condizioni disumane non se ne può parlare; del rischio di un contagio da coronavirus che non conosce confini si parla come se avvenisse chissà dove e non adun’ora di volo dal confine meridionale europeo; del gas mediterraneo si dà per scontato che appartenga all’Europa, ecc. Fino a quando?

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