Liberi i pescatori di Mazara sequestrati in Libia

È durato 108 giorni il sequestro dei 18 marinai catturati dalle truppe libiche del generale Haftar. Sono stati liberati questa mattina al culmine di una trattativa condotta dal governo italiano, sullo sfondo di scenari internazionali e di un gioco a scacchi tra opposte fazioni e vari stati.  Appelli numerosi ed autorevoli, da papa Francesco al Consiglio d’Europa, gli striscioni sui municipi dei comuni siciliani e la lettera al ministro Di Maio di un bambino, figlio di uno dei pescatori hanno tenuto desta l’attenzione. La vicenda si è conclusa positivamente ma lascia aperti molti interrogativi.
Pescatori di Mazara liberi Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Sono stati liberati questa mattina i diciotto pescatori di Mazara del Vallo sequestrati, dai militari libici, il 2 settembre scorso. La prigionia, durata 108 giorni, si è conclusa dopo la lunga trattativa del ministero degli Esteri con il generale libico Khalifa Haftar. Già questa mattina, il presidente del consiglio, Giuseppe Conte ed il ministro degli Esteri Luigi Di Maio sono volati a Bengasi, quartier generale delle truppe controllate da Haftar. Hanno potuto telefonare alle famiglie, le loro foto sono state rilanciate in Italia. Stanno tutti bene.

L’annuncio è arrivato questa mattina. I familiari e la gente di Mazara si erano radunati, in attesa di una notizia che era nell’aria e che non è tardata ad arrivare. La telefonata del governo al sindaco Salvatore Quinci ha posto fine ad un calvario troppo lungo, mai così lungo nella storia dei difficili rapporti tra Italia e Libia per il controllo delle zone pescose del Mediterraneo.

«Sono finalmente liberi – ha detto il sindaco Salvatore Quinci – i loro familiari li hanno sentiti: sono a bordo delle loro imbarcazioni, c’era grande emozione, i motori sono stati accesi e questa sera i pescherecci dovrebbero lasciare il porto di Bengasi. Li aspettiamo a Mazara nella giornata di sabato, o al massimo domenica»

Il regime di Haftar, che controlla la maggior parte del Paese nonostante il governo riconosciuto da molti  stati europei sia quello di Fayez Al-Sarraj, aveva accusato i pescatori di aver violato le acque internazionali. Sono stati arrestati a cinque miglia dalla costa, in quella vasta area che è il Golfo della Sirte che la Libia, da decenni, rivendica come acque territoriali, in contrasto con le normative internazionali e con il Codice di navigazione.

I pescatori sono andati sotto processo, accusati persino di spaccio di droga: accuse inconsistenti e false. Il processo – farsa, in realtà, era solo il terreno di scontro con l’Italia per ottenere un risultato importante: la liberazione dei quattro libici arrestati in Sicilia cinque anni fa, accusati di aver causato la morte in mare di 49 migranti e condannati per questo a 30 anni di reclusione in primo e secondo grado. L’Italia non poteva cedere e non poteva acconsentire alla liberazione dei quattro criminali. La trattativa sembrava in una fase di stallo e per Haftar era difficile cedere, forte anche e del consenso che sperava di ottenere nel paese. Ma la vicenda poteva anche trasformarsi in una trappola mortale, man mano che a livello internazionale, cresceva la mobilitazione per ottenere il rilascio dei marinai e la fine di una prigionia assurda e durata soprattutto troppo a lungo.

I 18 pescatori mazaresi erano rimasti intrappolati in una partita a scacchi dove gli attori erano tanti e avevano tanto da perdere. Khalifa Haftar rischiava la credibilità internazionale, già abbondantemente compromessa. Tutto questo mentre la Libia continua a rimanere divisa in più fazioni, con il governo di Fayez Al-Sarraj, l’unico riconosciuto dall’Onu e dalla comunità internazionale, il cui controllo però, finora, è limitato alle più popolose e ricche fasce costiere, ma ci sono anche le tribù Tuareg, i Tubu e lo stato islamico, con un numero incredibile di gruppi e di milizie contrapposte. E poi c’è lui, il generale Haftar, che controlla la maggior parte del Paese, ma non le zone strategiche e che finora non è riuscito a conquistare la capitale Tripoli.

La trattativa condotta dalla Farnesina era anche la “cartina di tornasole” dell’operato e della credibilità del governo italiano, che ha molti limiti e molte potenzialità, ma è nato tra mille contraddizioni e (una coalizione che non esisteva al momento del voto) e che si è trovato a gestire l’emergenza certo più difficile del dopoguerra.

In questi mesi sono stati lanciati molti appelli per la liberazione. Le famiglie hanno manifestato a lungo a Roma, davanti ai palazzi del governo. In ottobre aveva lanciato un appello anche papa Francesco, il 20 novembre lo aveva fatto il cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale, nel suo messaggio per la Giornata Mondiale della Pesca. Di recente era arrivata anche la presa di posizione del Consiglio Europeo che l’11 dicembre, ha chiesto che le autorità libiche «rilascino immediatamente i pescatori italiani trattenuti da settembre senza che sia stata avviata alcuna procedura legale».

Appena due giorni fa, un bambino, Gabriele, figlio di uno dei pescatori aveva scritto una letterina, con frasi semplici ed un cuoricino da inviare al ministro Luigi Di Maio. A Pesaro, il presepe di ghiaccio è stato dedicato ai pescatori di Mazara ed è stata avviata una raccolta fondi per le famiglie. Di recente, un appello era stato lanciato anche dall’Agesci. Molti comuni siciliani, inoltre, avevano aderito all’appello di solidarietà lanciato qualche settimana fa: gli striscioni di solidarietà erano stati affissi sulle facciate dei municipi di molte città. La mobilitazione sociale aveva spinto anche le difficili trattative del ministero degli Esteri, fino al risultato sperato.

I pescatori mazaresi ora potranno tornare a casa. Ma la questione del Golfo della Sirte rimane irrisolta, da almeno 40 anni. E ancor più incerta la situazione del Paese dilaniato da varie fazioni in guerra, che dovrebbe andare a nuove elezioni nel 2021. Il condizionale è d’obbligo perché in Libia nulla è più sicuro dell’incertezza e della precarietà costante che regna nel Paese, dove i diritti umani non sono riconosciuti e molte ombre pesano sui campi di detenzione dei migranti. Mille questioni irrisolte che si intrecciano tra loro.

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