Liberi dal razzismo

In Italia aumentano gli episodi di intolleranza, discriminazione, xenofobia accanto a buone pratiche di integrazione. Gli antidoti per superare la paura

Chivasso, provincia di Torino. Chiara risponde a un annuncio su Facebook per un posto di cassiera. Il commerciante sbircia il profilo di Chiara e la scarta con la seguente motivazione: «Per me puoi uscire anche con il mostro di Firenze, ma permettimi di non affidare la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano».

Roma. Souleymane è senegalese e cerca casa. Una sua amica ha condiviso questo post. «24 anni, da 10 in Italia, nessun precedente penale, regolare permesso di soggiorno, regolare contratto di lavoro come guardia di sicurezza al Todis. Educato, discreto, onesto, super attento all’igiene. Possibile che non si riesca a trovare una stanza perché nero?». Possibile.

E nel 2016, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali ha aperto 2939 istruttorie. Il 69%, 2 casi su 3, riguardano fatti discriminatori per motivi etnico- razziali. Papa Francesco ha espresso la sua preoccupazione di fronte ai segni di intolleranza, discriminazione e xenofobia che si riscontrano in diverse regioni d’Europa.

«Esse sono spesso motivate dalla diffidenza e dal timore verso l’altro, il diverso, lo straniero – ha affermato –. Mi preoccupa ancor più la triste constatazione che le nostre comunità cattoliche in Europa non sono esenti da queste reazioni di difesa e rigetto, giustificate da un non meglio specificato “dovere morale” di conservare l’identità culturale e religiosa originaria».

Bergoglio mette il dito nella piaga. Il problema della intolleranza e discriminazione verso lo straniero è anche un problema all’interno del cristianesimo. Se i cristiani non sono il sale della terra, il lievito, tutta la pasta, la società, si deteriora, non matura. Anche se, certamente, i pregiudizi da cui muovono non sono solo il frutto di ignoranza ma di un bisogno di sicurezza e rinforzo della propria identità. La situazione è complessa ma la risposta, semplificando, è chiara. La paura divide, respinge, demonizza, esclude. L’amore scaccia il timore, accoglie, integra, discerne, costituisce l’identità. Ambedue i sentimenti sono necessari. Senza paura non si può vivere ed essa è una delle emozioni primordiali dell’uomo. «L’evoluzione – scrive Maria Rita Ciceri ne La paura de Il Mulino – ha predisposto il sistema nervoso umano in modo tale che una forte paura abbia la precedenza su qualsiasi altra cosa nella mente e nel corpo». Ma occorre governarla perché offre una visione molto ristretta della realtà.

Anche la pietas, la compassione, l’amore sono necessari e gli italiani, nei fatti, con il volontariato, una vera e propria cultura del dono, hanno dimostrato un patrimonio di civiltà umano e civile indiscusso e riconosciuto. Ma anche la sola accoglienza, che non potrà mai essere illimitata, non basta perché rischia di costringere una fascia della popolazione in un perenne stato di subalternità.

«Talvolta, al pari della paura, la pietà – dice Anna Granata, pedagogista dell’Università di Torino – rischia di rafforzare l’antitesi noi/loro che, anziché facilitare percorsi di condivisione, allontana ancor di più i soggetti in gioco».

«Non voglio essere aiutata, voglio essere valorizzata», scrive su Facebook una giovane di origine marocchina, nata e cresciuta in Italia. Il nodo fondamentale è l’integrazione perché il fenomeno migratorio «non è una caratteristica definitiva ma un momento nella vita», come scrive Martine Abdallah-Pretceille, tra i fondatori della pedagogia interculturale. E l’integrazione passa anche per il riconoscimento della cittadinanza italiana di migliaia di “italiani di fatto” che vivono, sono nati, studiano, lavorano, producono e attendono di inserirsi in modo stabile nella loro nuova nazione.

«Chi ha vissuto l’esperienza della migrazione – spiega Anna Granata – non vuole più essere considerato un immigrato da ospitare, accogliere, compatire. Ma piuttosto un cittadino a pieno titolo da riconoscere come parte integrante e attiva della società». Lo ius soli temperato e lo ius culturae sono una battaglia di civiltà ostacolata «per calcolo politicante – come scrive Marco Tarquinio su Avvenire – rimettendo in circolo pregiudizi colmi di vergognoso e sempre meno celato razzismo».

Pregiudizi  alimentati  anche dalle cronache  italiane  estive  che ci hanno regalato vari episodi di razzismo. Il pericolo è far passare l’idea di normalità  del razzismo, fomentando la paura con i media che gettano benzina sul fuoco. «Non abbiamo una nazione devastata dal razzismo – dice Stefano Paglia del Centro di ricerca sulle relazioni interculturali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano –, ma il tratto nuovo, con episodi forti che generano altri razzismi, discorsi d’odio, pedagogie razziste, è l’accettazione sociale del razzismo».

Ilvo Diamanti su Repubblica spiega che: «Nel mese di agosto e nella prima decade di settembre, nel 38% dei servizi incontriamo notizie di crimini compiuti da immigrati. Un anno fa, invece la media dei 7 telegiornali era del 24%. Così la “pìetas” che, negli ultimi anni, aveva caratterizzato l’atteggiamento mediale e, al tempo stesso, sociale, verso gli sbarchi dei disperati sulle nostre coste, di recente, ha cambiato di segno. È divenuta distacco. Paura». I dati statistici dell’Osservatorio europeo della sicurezza, curato da Demos, rilevano che la percezione di insicurezza suscitata dagli immigrati ha raggiunto il picco più alto degli ultimi anni, il 46%. La distribuzione del timore è maggiore per i partiti di destra.

Si passa dal 75% tra gli elettori della Lega Nord al 69% di Fratelli d’Italia, al 64% di Forza Italia. M5S si attesta al 53%, mentre scende al 18% tra chi vota Pd. La crescita della paura  è inversamente proporzionale al numero degli immigrati sbarcati in Italia che calano del 21% rispetto all’anno precedente, ed è inversamente proporzionale al grado di istruzione. Più si hanno scienza e coscienza, meno si ha timore.

Ma l’Italia può considerarsi razzista? Certamente no, anche se esistono livelli diversi di discriminazioni, fino al razzismo politico e totale, individuati da Michel Wieviorka nel libro Il razzismo per Laterza: l’Italia nella sua storia, infatti, non è esente da ideologie razziste legate a doppio filo alla stessa deriva del segregazionismo razziale negli Usa, nella Germania di Hitler, fino all’apartheid del Sudafrica.

«Per l’Italia non parlerei di razzismo, com’è inteso storicamente – chiosa Giulio Albanese, direttore di Popoli e missioni – ma di intolleranza generata dalla paura e il rifiuto del diverso. La gente non è in grado di pensare in modo oggettivo, si procede per luoghi comuni, per ignoranza crassa e suina». È un razzismo culturale che passa anche dalla non conoscenza della nostra storia perché in realtà tutti noi europei discendiamo dagli africani, da quell’homo sapiens che, partendo dall’Etiopia, è giunto in Europa, circa 45 mila anni fa, soppiantando, per cause ambientali, l’uomo di Neanderthal da 300 mila anni unica forma umana che viveva nella nostra terra. «Noi abbiamo – scrive il biologo Guido Barbujani in Gli africani siamo noi (Laterza) – la fronte verticale, il mento e la testa schiacciata su retro. Chi ha queste tre caratteriste è africano. Il cranio di Neanderthal è più grosso, allungato all’indietro, la fronte è più bassa e non c’è mento». E nel genoma degli europei restano tracce, dal 2 al 4%, del Dna dei nostri antenati neanderthaliani; per esempio, risalirebbe a loro una variante del gene BNC2 diffusa fra gli europei, ma non fra gli orientali, che influisce sui livelli di pigmentazione della pelle. Oggi siamo scientificamente certi, dallo studio del genoma, che c’è una sola specie umana, il razzismo biologico è stato demolito, perché con qualunque sconosciuto abbiamo in comune il 99,9% del nostro Dna e ogni popolazione umana contiene l’88% di tutte le varianti della specie. Eppure siamo tutti diversi, anche i gemelli monozigoti.

Valorizziamo per superare il razzismo culturale, allora, il bene comune e le nostre sane esperienze  di integrazione italiche, frutto del più degno uomo veramente sapiens. Da Fare sistema oltre l’accoglienza, che permette a minori stranieri di venire  accolti  temporaneamente in  famiglia,  alla  Caritas  di Firenze che non ha mai avuto una persona, fra 300 migranti accolti, che si sia mai macchiata di  reati, alla Fondazione Memoriale della Shoah di Milano che accoglie migliaia di profughi nel  luogo da dove partivano i treni per Auschwitz durante la guerra, alla città  di  Palermo  che  conferisce la cittadinanza onoraria a ogni migrante perché «la  saggezza – scrive Gregory Bateson – è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza».

Il razzismo manifesta la crisi sociale di un Paese

WILLIAM CALVO-QUIROS, Professore associato di Cultura americana e studi etnici all’università del Michigan

L’intervista parte da una sua domanda: «Sai che gli italiani in questo Paese, nel ’900 non erano considerati bianchi ma persone di colore? Come vedi, è la società a dare valore sociale ed etico alle differenze contraddicendo la percezione di un popolo».

Quindi il razzismo negli Usa resta un capitolo aperto con nuove vittime, come a Charlottesville, dove durante la marcia dei suprematisti bianchi e dei neonazisti, una ragazza è morta. Voglio precisare che il concetto di razza non è legato esclusivamente all’aspetto fisico, ma coinvolge l’istruzione, la lingua, l’accesso alle cure sanitarie. In quanto esseri umani apparteniamo a una sola razza, quella umana e l’essere di colori diversi è solo una risposta fisica della pelle all’ambiente in cui si vive. Quando scatta il razzismo vero? Quando attribuiamo un valore alle nostre differenze e pensiamo che avere quel colore di pelle ci fa più intelligenti, belli o sciocchi. Il razzismo è un concetto creato per giustificare comportamenti sociali come la schiavitù o il profitto ingiusto che considerano le persone oggetti o mezzi.

Come guidare un processo di cambiamento se a governare sono la paura e l’irrazionalità? Applicando un modello sociale di tipo trinitario. La mia non è una provocazione. Nella Trinità ogni persona ha una sua identità ma sa scomparire per lasciare posto all’altro. Nella società che deve nascere da questa crisi ogni comunità riconosce la bellezza e i valori delle altre e questo non significa che i latinos diventano bianchi o i bianchi afro-americani, ma va offerto il meglio delle proprie culture disposti a perdere l’inessenziale. Anche l’Europa deve interrogarsi sui suoi modelli di integrazione: i terroristi della nuova Al Qaeda sono cittadini francesi, britannici magari di origini mediorientali. Il loro agire ci fa dire che la cittadinanza, da sola, non definisce l’essere di una persona e quindi serve accoglienza delle diversità e del loro valore, senza forzature irrazionali.

a cura di Maddalena Maltese

 

ANTIDOTI ALLA PAURA

È necessario più che in ogni tempo promuovere emozioni che inducano relazioni di reciprocità. (…) Penso alla fiducia al posto della paura, all’indignazione al posto dell’indifferenza, all’ironia al posto della rigidità mentale. Si può trasmettere fiducia anche solo favorendo occasioni di conoscenza e prossimità con persone che appartengono a una religione di minoranza, come l’Islam. Si può diffondere l’indignazione, di fronte a notizie sconcertanti, come la proposta di dedicare dei vagoni della metropolitana agli «stranieri» o di prendere le impronte digitali ai membri di una comunità, inclusi i bambini, e commentando con altri attorno a noi queste stesse notizie.

Si possono infine, sciogliere situazioni di tensione attraverso l’arte dell’ironia, che più di qualsiasi emozione può aiutare ad alleggerire e trasformare la realtà attorno a noi, vedendola da nuovi punti di vista.

Un trucco ci può aiutare. Quello di sostituire nel nostro immaginario l’idea di un «ospite inatteso» che bussa improvvisamente alle nostre porte, con quella altrettanto pervasiva di un «nuovo nato», atteso e immaginato da tempo, che prende posto dentro la nostra casa riconfigurando l’identità stessa della sua famiglia e portando in essa nuova freschezza. Un nuovo nato, pieno di energie e voglia di vivere, che ci chiede di essere riconosciuto e valorizzato, non di certo temuto o compatito.

Tratto da Né per paura, né per pietà, di Anna Granata (Edizioni Centro Studi Erickson)

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