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Ambiente > Ecologia

Liberati dagli abiti tossici (e firmati)

di Sara Fornaro

- Fonte: Città Nuova

Sara Fornaro


L’organizzazione ambientalista Greenpeace lancia una campagna per convincere venti famose case di moda ad eliminare le sostanze tossiche che impregnano alcuni dei propri capi di abbigliamento

greenpeace

Ci sono impermeabili per bambini, allegri e colorati. Ci sono jeans costosissimi e alla moda, t-shirt e camicie, trench e salopette. Ci sono perfino capi di biancheria intima, per lui e per lei, tutti contenenti “nonilfenoli etossilati” o altre sostanze pericolose che, si sottolinea, possono “alterare il sistema ormonale” e avere ricadute pericolose per la salute. Sono alcuni dei capi di abbigliamento esaminati dagli esperti di Greenpeace tra quelli prodotti e commercializzati da venti importanti, famose e costose, case di moda.

Ebbene, in 141 di questi indumenti sono state trovate delle sostanze tossiche che a contatto con l’ambiente si trasformano in composti altrettanto nocivi. Non si sa, ci tengono a precisare da Greenpeace, se – per i livelli di sostanze chimiche contenuti negli indumenti – ci sia un rischio diretto per chi li indossa. Nel dubbio, tuttavia, l’organizzazione ambientalista ha deciso di avviare una campagna per convincere le multinazionali ad eliminare le undici sostanze tossiche rinvenute: alchilfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromurati e clorurati, coloranti azoici, composti organici stannici, composti perfluoroclorurati, cloro benzeni, solventi clorurati, clorofenoli, paraffine clorurate a catena corta e perfino metalli pesanti come cadmio, piombo, mercurio e cromo. Anche perché, se rilasciate nell’ambiente, queste sostanze possono avere effetti nocivi sull’uomo, alterandone il sistema ormonale. In qualche caso possono diventare cancerogene.

Stupisce, indubbiamente, che società tanto importanti, che detengono marchi noti e diffusi in tutto il mondo, facciano ricorso a coloranti e altre sostanze così pericolose, anche per i capi per bambini. Sarebbe certamente preferibile, come sostengono gli attivisti di Greenpeace, se si utilizzassero prodotti alternativi, più sicuri ed ecocompatibili.

Per sollecitare le multinazionali a intraprendere strade più “verdi”, gli attivisti hanno diffuso sul web le immagini dei capi sotto accusa, invitando tutti a segnalarli ad amici e conoscenti condividendole sui social network. Sempre online, sul sito di Greenpeace, è possibile scaricare il rapporto Toxic Threads – The fashion big stitch-up, con tutti i dati dell’indagine avviata lo scorso mese di aprile.

In particolare, l’organizzazione ambientalista chiede «ai marchi dell’abbigliamento di impegnarsi ad azzerare l’utilizzo di tutte le sostanze chimiche pericolose entro il 2020 e di imporre ai loro fornitori di rivelare alle comunità locali i valori di tutte le sostanze chimiche tossiche rilasciate nelle acque dai loro impianti».

Tutti possono contribuire all’iniziativa, scrivendo alle varie case di moda o diffondendo la campagna informativa di Greenpeace che ha come uno degli slogan la frase "Mai più vittime della moda". Un’iniziativa interessante di cittadinanza attiva, per un mondo più pulito ed ecosolidale.

Riproduzione riservata ©

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