Liberare la fantasia

Si corre, con Giovanni, t-shirt celeste e barbetta incolta. Perché è un torrente di esperienze e progetti. Ma anche un ventisettenne dall’occhio luminoso sulla vita e le sue sfide. Sei sugli schermi nell’ultimo film di Giordana, che è anche la tua prima apparizione cinematografica. Un’esperienza che ti ha dato molto. “Non credevo che mi capitasse, perché avevo mandato al regista delle foto e il curriculum, senza alcun provino. Giordani mi ha chiamato, ha visto che avevo la “faccia giusta” e mi ha detto: “Se vai male, ti ammazzo” (ride, ndr). Un colpo di fortuna. Sul set, dove interpretavo uno dei tre amici, Berto, c’è stata una vera amicizia con Lo Cascio e Gifuni. Giordana poi mi sembrava un bambino dietro la macchina da presa, tanto che spero di lavorare nel suo prossimo film (una storia sugli anni Settanta, ndr). Ma c’era fra tutti una atmosfera molto bella, cosa che non capita sempre. “Mi sono preparato, facendomi raccontare da mio padre storie di quell’epoca e poi mi sono documentato sui film di quegli anni. Stando con Lo Cascio e Gifuni è stato abbastanza facile, perché recitare non si fa mai da soli ma in funzione di chi ti sta di fianco. È un gioco, loro due erano bravissimi, mi sono infilato in mezzo: quello che mancava a loro era il mio personaggio”. Facciamo un passo indietro e torniamo al tuo essere attore. Di teatro, soprattutto. Un passione, per l’arte, nata in famiglia. “Beh, a casa abbiamo tutti – siamo sei figli – delle tendenze artistiche. Se penso che mio padre la domenica ci svegliava suonandoci il violino (ride, ndr), tanto che tutti suoniamo qualcosa: io il piano, un mio fratello, Emanuele, è direttore d’orchestra” Da bambino disegnavo fumetti, poi questi personaggi volevano diventare di carne e ossa: così ho pensato di essere io l’attore dei fumetti. Ho frequentato l’Accademia Silvio D’Amico fino al ’98, trovando subito dopo lavoro: con Paolo Poli per due anni nello spettacolo Caterina de’ Medici, poi con Alfiero Alfieri ne Er malato imaginario, e poi con Sebastiano Lo Monaco e il teatro di Messina nell’Enrico IV di Pirandello. Nel frattempo mi sono dedicato molto al nostro gruppo di musical, fondato cinque anni fa insieme a mio fratello Emanuele e ad un amico, Claudio Segatori”. Il gruppo Musici & Comici? “Con Claudio curiamo la regia, mio fratello dirige l’orchestra, io seguo anche la parte recitata e cantata. Tra novembre e dicembre prossimo vorremmo debuttare al Teatro Colosseo in un lavoro che sto scrivendo, Doctor Fausto, una “commedia con canzoni” di otto musicisti e dodici attori. Speriamo di contattare un produttore perché il nostro è ancora un gruppo di amici, non abbiamo grandi guadagni. Ma la cosa mi affascina, perché io vorrei trovare una forma italiana di teatro in musica che non sia ridicola o sorpassata. Questo lavoro sarà un testo basato su situazioni comiche dovute al linguaggio, che spingano a cantare: insomma, tanta fantasia, ci sarà di mezzo anche l’al di là”. Sei certamente un tipo creativo. Doti indispensabili nel tuo mestiere di attore… “Beh, realisticamente parlando mi verrebbe da dire che le doti di un attore siano avere una faccia di bronzo, tenere rapporti sociali, avere fortuna e solo alla fine il talento. Del resto penso che uno maturi come attore solo sui quarant’anni: prima è un apprendista: almeno io mi sento così. Bisogna poi dire che il nostro mestiere conosce parecchie frustrazioni: vedo giovani attori prima dei ventiquattro anni pieni di energia e di entusiasmo, ma dopo possono deprimersi o scoraggiarsi, anche perché per chi vuol far arte c’è da scavalcare il muro della burocrazia. Io, per fortuna, sono affiancato da giovani dirompenti, con cui mi sento forte, e confido in loro. Certo non mi affido al successo, perché se lo scopo della vita è solo sfondare, poi, una volta raggiunto, si resta insoddisfatti e condannati all’infelicità, come mi capita di vedere”. Ma, per quanto dura, è una professione che affascina” “Io amo moltissimo questo mestiere: è meraviglioso recitare insieme agli altri, inventare storie, creare mondi di fantasia” Conosco persone timidissime che sul palco diventano libere. Per me recitare è saper immedesimarsi in un gioco, come i bambini, ma con l’energia e il vissuto di un adulto. Certo non ci si riesce sempre, perché spesso ti trovi con persone che ti trattano come un automa, e ciò rende questo bellissimo lavoro il più brutto del mondo. Ma se si riesce ad andare al di là anche delle umiliazioni, ti è possibile creare questo mondo immaginifico e magico”. Tu sei un ragazzo di fede. Come concili la vita cristiana con quella di attore? “È un’esperienza difficile, anche perché il lavoro spesso mi porta fuori sede, ma sono molto aiutato dalla mia comunità (il Cammino Neocatecumenale, ndr) a non fare compromessi. In casa, i miei non mi hanno mai nascosto che essere cristiani è una lotta, che però ti dà la felicità. Io mi sento un cristiano che vive la sua fede nel mondo dell’arte, dove conosco gente con vite tremende che credono di risolvere tutto alienandosi in questo mestiere, mentre la verità è che nella vita c’è Dio che ti vuol bene. Alcuni a volte mi considerano un folle, però poi sono affascinati. Anche chi fa compromessi cinicamente per far carriera o per sfidare un presunto moralismo, ma in realtà impoverendosi dentro. Non credo però che un cristiano debba per forza produrre lavori agiografici o sentimentali, come certe fiction del Giubileo: mi ritrovo di più in lavori come quelli di Kieslowski, che tratta i problemi duri della vita, ma con l’ottica della fede”. A proposito, che ne pensi di cinema e televisione nostrani? “Della tivù sono stanco di parlarne male. È un mezzo che può creare forme d’arte, ma non lo vuole fare perché si basa sul principio di far credere a chi guarda che chi fa la tivù è più stupido di loro: basta osservare i quiz” Anche se è vero che ad un attore la tivù dà soldi, celebrità e l’illusione che così farai quello che pensi di buono” Sulla rinascita del nostro cinema, mi pare una cosa un po’ montata: ma forse, grazie a questo momento di totale anarchia ideologica, l’illusione fa spuntare delle perline qua e là. . .”. Ogni artista ha un sogno nel cassetto. Il tuo? “Il primo è quello di poter creare una mia compagnia con una certa possibilità di operare, che porti sulla scena testi nuovi che oggi, secondo me, mancano: insomma il teatro con la musica, che è quanto sto cercando di fare. L’altro è sposare Elisabetta, la mia fidanzata da due anni. So che è complesso far convivere l’essere attore e la famiglia, ma credo sia più importante dare priorità alla vita che al lavoro”.

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