Il Libano verso le elezioni

Probabili le elezioni politiche anticipate in Libano, il 27 marzo 2022, per evitare di sovrapporre la campagna elettorale al mese di Ramadan. La situazione è sempre molto difficile e le proposte limitate alla ricerca di fondi internazionali per tamponare il buco nero dell’economia.
In Libano, cittadini fermati dalla polizia durante le proteste per il blocco dei conti correnti. Foto Ap

L’emergenza carburanti in Libano sembra rientrata, per ora. La benzina è disponibile e anche il gasolio. Ma senza le sovvenzioni statali sui carburanti (ritirate dallo Stato), ora i prezzi sono molto più alti, fra il 35 e il 40% in più. Almeno funzionano un po’ i generatori elettrici, quindi gli ospedali, i frigoriferi e le tante cose che in Italia vengono date per scontate, ma qui non lo sono più. E da tempo.

In questi giorni a Beirut si assiste ad una sorta di delirio di auto per strada e di mancanza di parcheggi, come non accadeva da parecchi mesi. Anche perché oltre alla benzina che finalmente si trova, la pandemia è in recessione, non si sa bene perché: i vaccinati totali con 2 dosi sono meno del 20% (poco più di 1,3 milioni), ma i nuovi contagi sono scesi dagli oltre 1.600 al giorno di agosto agli attuali circa 500. È anche evidente che la reperibilità di carburante non potrà durare più di qualche giorno, ma in questa situazione impossibile ogni illusione di normalità va gustata al massimo, finché c’è. Mi ha colpito un vicino che ha una grossa auto parcheggiata da tempo vicino casa: ferma per mancanza di carburante. Due giorni fa ci è salito ed è partito sorridente. Avrà fatto il pieno? Ma quanto costa il pieno di un fuoristrada con 2 serbatoi che contengono 160 litri di benzina? Andando al minimo senza sgasare, un litro non basta per fare 4 Km, con 220 famelici cavalli da saziare. Infatti la sera la macchina era di nuovo lì, al parcheggio. E c’è ancora.

La benzina sembra che l’abbiano portata dall’Iran, con le navi via Suez. Approdo in Siria e convogli di decine di autocisterne sui passi di montagna e lungo la Valle della Bekaa, controllata da Hezbollah che ha mediato la fornitura. Una parte del prezioso carburante iraniano è stato donato – a quanto pare – a ospedali, orfanotrofi, case per anziani. Solo dopo, il resto, è stato venduto senza distinzione: non solo agli sciiti quindi, ma anche a cristiani, sunniti, drusi.

Una bella e utile operazione umanitaria, veramente, magari anche un po’ pubblicitaria. Come diceva la volpe al piccolo principe: “Niente è perfetto”.

Ma quante petroliere iraniane potranno fare questo percorso prima di incappare nelle sanzioni internazionali di qualcuno? Il Libano ha un fabbisogno mensile di almeno 14 petroliere per superare la crisi energetica, però non ha la valuta per pagare le forniture. La benzina si paga in dollari e di dollari nelle casse dello Stato ce ne sono ben pochi. Quelli che ci sono stanno nelle tasche reali o offshore, nei conti di pochi eletti. Si dice che non manchino personalità libanesi nelle liste dei Pandora papers. D’altro canto, in questo Libano di soluzioni dignitose per campare la gente ne ha solo due: o si ricevono soldi dai parenti all’estero o si va all’estero a lavorare (i giovani) e si mandano soldi a chi resta. Soldi intesi come fresh dollars fuori dal blocco delle banche.

Nei giorni (e mesi) scorsi non c’erano solo le code ai distributori per recuperare un po’ di benzina, ma anche agli uffici della Sicurezza Generale, quelli dove si fanno i passaporti. Il generale Ramzi Rami, capo dipartimento delle relazioni con il pubblico della Sicurezza Generale, avrebbe detto ad un giornalista del quotidiano francofono di Beirut L’Orient-Le Jour: “Da metà giugno siamo arrivati a rilasciare più di seimila passaporti al giorno”. Non tutti i giorni saranno stati così, ma tra luglio e agosto ne sarebbero stati rilasciati quasi 240 mila. Le mete sono soprattutto quelle dove ci sono già parenti, amici e conoscenti che possono aiutare. Nel mondo ci sono almeno 18 milioni di libanesi, o figli o nipoti di libanesi. Sono sparsi ovunque, nei 5 continenti: dal Brasile agli Usa, da Abu Dhabi al Canada. E naturalmente in Francia e in Europa, ma anche in Africa.

Molti dei libanesi all’estero, oltre a sostenere con le loro rimesse i parenti in Libano, sono vicini alla saura, la protesta popolare che da due anni contesta la classe politica accusandola di immobilismo (anche di altro, per la verità). E questo i politici lo sanno bene ed è forse anche per questo (oltre che per evitare una campagna elettorale durante il mese di Ramadan) che le elezioni politiche previste a maggio sono state anticipate al 27 marzo: per usufruire dell’attuale legge elettorale (2017) che di fatto non contempla l’elezione di deputati appartenenti alla diaspora libanese. In teoria la legge prevederebbe genericamente 6 deputati eletti fra i libanesi all’estero, ma a distanza di 4 anni dall’approvazione della legge non sono mai stati disposti i relativi decreti attuativi. Se la data delle elezioni slittasse più avanti si correrebbe il rischio che i decreti vengano legittimamente pretesi, ora che c’è un governo. E una squadra di “esteri”, per quanto piccola, potrebbe far tremare qualche immobile equilibrio in Parlamento.

 

 

 

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