Libano mon amour, nonostante tutto

La situazione del Libano, fra pandemia, crollo dell’economia, mancanza di lavoro e crisi politica senza apparente soluzione, è davvero drammatica. C’è bisogno di aiuto e di preghiere. E di tanto coraggio per restare in uno dei Paesi più piccoli e affascinanti del mondo, ma con enormi problemi.

Era luglio 2017 quando scrissi per al-Madina al-Jadida (Città nuova araba) la mia dichiarazione al Libano: si intitolava Liban mon amour. Posso tranquillamente sottoscriverla ancora oggi, dopo 3 anni vissuti quasi tutti in un altro Paese: un paese interessante, ricco di umanità, e che stimo profondamente. Ma l’amore per il Libano rimane intatto. Per questo mi è così difficile e doloroso considerare la situazione del Libano oggi: si fa fatica a credere quanto duramente sia stato colpito.

E la pandemia, che infuria apparentemente implacabile, non è che uno dei mali che si è abbattuto sulla terra dei cedri. Il Covid-19 ha colpito da febbraio 119 mila persone (di cui guarite circa 70 mila), e 934 sono morte (al 25 novembre). In questi giorni, dal 14 al 30 novembre, è stato proclamato un nuovo lockdown per cercare di arginare la diffusione del virus: è tutto chiuso tranne supermercati, forni e farmacie; nei giorni feriali si viaggia a targhe alterne e la domenica la circolazione è bloccata; il coprifuoco è in vigore 12 ore al giorno, dalle 17 alle 5.

La sanità del Paese, duramente colpita a Beirut dall’esplosione del 4 agosto in cui 2 ospedali sono stati quasi distrutti, è in affanno ovunque: i posti in ospedale sono quasi al completo, le terapie intensive stanno esaurendo i letti disponibili e già 1560 operatori sanitari sono risultati positivi al contagio.

Nello stesso tempo è franata, insieme alla moneta, anche l’economia del Paese. Fino a pochi mesi fa i dollari statunitensi erano usati in modo intercambiabile con le lire libanesi, al cambio ufficiale fisso di 1500 lire per un dollaro, e questo sistema ha funzionato per 23 anni. Ma a marzo è iniziato il crollo: gli elevatissimi livelli di debito pubblico (170% del Pil) sommati a corruzione e pessima gestione, alla guerra siriana, al calo delle rimesse dei libanesi all’estero e quant’altro. Alla fine lo Stato libanese ha dichiarato il default. Così l’estate scorsa è inevitabilmente precipitata la moneta: in 3 mesi i dollari sono scomparsi, le banche stesse, insolventi, hanno bloccato ogni transazione in valuta. Anche se ce l’hai sul tuo conto, la valuta non puoi ritirarla: è la banca che non ce l’ha più, perché, dopo aver prestato per anni il denaro dei clienti al governo, ora il governo ha dichiarato di non essere più in grado di saldare i debiti, sia i prestiti internazionali che quelli nazionali, alle banche, appunto.

Ormai i dollari si trovano esclusivamente al mercato nero, dove per comprare 1 dollaro ci vogliono oggi 8.400 lire libanesi, anche se il cambio ufficiale è rimasto beffardamente a 1507 lire per dollaro.

La mancanza di valuta ha naturalmente fatto crollare il lavoro, in un paese dove da sempre si importa tutto e si produce ben poco. Ma tutto ciò che si importa andrebbe pagato con quella valuta che non c’è più. E il crollo della lira ha fatto precipitare stipendi e risparmi, e insieme alle aziende che chiudono sono spariti migliaia di posti di lavoro. Per fare un esempio, una quarantina almeno di marchi internazionali prestigiosi, per mancanza di vendite, hanno chiuso le loro sedi ed hanno abbandonato il Paese armi e bagagli. Da notare che anche i dispositivi medici di protezione e i ventilatori polmonari, per non parlare delle apparecchiature medicali per processare i tamponi, sono produzioni estere, e come tali vanno acquistate in valuta.

In questo modo la povertà ha raggiunto oltre 2,3 milioni di persone, il 55% dei libanesi. La tentazione di andarsene è fortissima, per chi ha ancora un minimo di possibilità e di coraggio.

Il movimento di protesta popolare iniziato a ottobre 2019, la thaura (rivolta), che chiede un totale cambiamento della classe politica al grido di kullun, ya’nee kullun (tutti vuol dire tutti), alla fine si ritrova dopo un anno a fare i conti (che non tornano) con lo stesso presidente della Repubblica, lo stesso presidente del Parlamento e lo stesso premier (re-incaricato da un mese), che però ha promesso di “formare un governo di specialisti, senza membri di partito”. Dove li troverà dopo che due premier incaricati hanno dato forfait proprio per i veti incrociati dei partiti? Il problema politico è serio, l’ha ben capito il presidente francese Macron, che ha promesso aiuti per 253 milioni di euro, a condizione che il sistema istituzionale libanese venga profondamente riformato. L’attuale assetto “confessionale” delle quote concesse in base all’appartenenza religiosa non regge evidentemente più, ma ai politici attuali sembra andar bene così, nonostante la decadenza progressiva che il sistema ha prodotto negli ultimi 30 anni.

Per fortuna pare che a breve cambierà qualcosa a Washington e tutti si augurano che le pressioni del quasi-ex Segretario di stato statunitense, ossessionato dalla presenza in Libano del partito sciita Hezbollah, trovino soluzione con un approccio di respiro un po’ più ampio da parte della nuova amministrazione Usa.

Auguri Libano! È dura, ma non ti scoraggiare, te ne prego.

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