Libano. Insieme in un campo profughi

Una storia di accoglienza e condivisione tra i rifugiati siriani. La collaborazione con Operazione Colomba della Comunità papa Giovanni XXIII. Tutto comincia sempre dal mettersi al servizio degli altri  
Foto Ansa

Siamo una piccola comunità che vive a Beirut, in Libano: libanesi e stranieri. Pochi e senza grandi mezzi, ma amiamo la nostra gente e la terra libanese. Una sera, con alcuni ci siamo chiesti se potevamo fare qualcosa per i profughi. Sono tanti i siriani che si sono rifugiati qui a causa della guerra, si dice che siano oltre un milione e mezzo. Discussioni per parlare del problema o attività per alleviare le sofferenze ci sono, e sono importanti, ma noi sentivamo anche il bisogno di qualcosa che potevamo fare in prima persona, insieme a chi volesse partecipare.

 

Fare qualcosa per i profughi, farlo con loro. Un aiuto? Non ci siamo fatti illusioni, il problema è veramente enorme. Però avremmo voluto essere almeno una piccola goccia che, dopo essere stata nell’arcobaleno, non restava sospesa in una nuvola per poi evaporare, ma che scendeva a bagnare un pezzetto di terra, anche se di pochi centimetri quadrati.

 

Il desiderio era quello di uscire, scoprire, dare, stare con. Già, ma come, dove?

Parlandone ci è venuto in mente Alessandro, un giovane italiano della Comunità Papa Giovanni XXIII che abbiamo conosciuto alcuni mesi fa qui in Libano. Vive insieme ad altri volontari e volontarie di Operazione Colomba (una ONG italiana) in un piccolo campo profughi vicino al confine siriano, che è proprio in mezzo ad altri campi molto più grandi dove si sono rifugiate diverse centinaia di persone in fuga dalla guerra.

 

Così l’abbiamo chiamato e gli abbiamo chiesto se potevamo fare qualcosa per loro, magari raccogliendo e portando al campo un po’ di cibo. Alessandro era molto contento della proposta e ci ha indicato cosa poteva essere più utile: riso, fagioli, ceci, lenticchie, olio, zucchero, the, ecc.

 

Abbiamo fissato una data e abbiamo fatto circolare la notizia a tutti quelli che conosciamo, chiedendo disponibilità, cibo e/o soldi, e spiegando come dove e perché. È stato bellissimo vedere che in pochi giorni sono arrivati oltre 150 Kg degli alimenti indicati e abbastanza soldi per acquistare quello che mancava. Abbiamo preparato una ventina di sacchi con i quali abbiamo caricato due capienti e robuste auto, e siamo partiti in otto per la consegna. Abbiamo dovuto lasciare a casa altri 50 Kg di roba che proprio non ci stava, e che consegneremo la prossima volta.

 

La giornata al campo è stata per ciascuno di noi un momento più che importante, di quelli che non scordi mai più. Quei momenti che sono bellissimi già mentre li vivi, ma che dopo fanno anche molto riflettere.

Fantastico il rapporto con i bambini, ai quali avevamo portato dei dolcetti.

 

Riuniti con loro nella piccola scuola di legno, abbiamo fatto dei giochi con grande partecipazione di tutti. Alla fine, una piccolina ha aperto il suo sacchetto di dolci ed è venuta tutta seria a darne uno a ciascuno di noi. Gli altri l’hanno subito imitata. E guai se non prendevi il regalo!

 

Ti guardavano e non si muovevano finché alla fine eri costretto a cedere allungando la mano.

E poi racconti, risate e una grande familiarità, un pranzo stupendo degno della migliore tradizione mediorientale, seduti in quindici (senza scarpe!) su un tappeto, in una tenda 4×4 comprensiva di stufetta a gasolio. Visite ad altre famiglie, foto ricordo e abbracci. E solo dopo, una volta ripartiti, ci è venuto in mente che loro sono tutti musulmani, e noi cristiani, per esempio.

 

Con i volontari di Operazione Colomba si è stabilito un rapporto bellissimo: sono per lo più giovani che vengono per alcuni mesi, a loro spese, a stare in una tenda in mezzo al campo. La loro presenza è molto apprezzata: accompagnano le persone in ambulatorio, fanno visita alle famiglie, animano la piccola scuola e aiutano nelle mille cose di ogni giorno. Spesso la loro sola presenza ha smorzato tensioni, ricomposto, sostenuto, difeso, condiviso. Adesso avvertiamo una profonda consonanza e amicizia, e pensare che 24 ore prima non conoscevamo quasi nessuno di loro.

Un’ultima cosa che abbiamo messo a fuoco il giorno dopo è stata la meraviglia di capire molte cose per il solo fatto di aver vissuto insieme la stessa esperienza: tante volte, in passato, ci eravamo fatti delle domande su comunità e formazione: come, con chi, quando approfondire questi temi. È bastato un giorno così perché ciascuno cogliesse con grande chiarezza che si diventa comunità mettendosi concretamente a servire gli altri, e che il primo formatore delle persone è una comunità viva, non tanto una singola persona in quanto esperta, quella viene dopo”.

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