Il Libano alle urne, cambiano gli equilibri

Le elezioni di domenica 15 maggio in Libano hanno smosso qualcosa dei vecchi equilibri. Troppo poco però per dare una svolta alla drammatica situazione del Paese.
Libano, sostenitori di Samir Geagea, foto Ap.

Le elezioni in Libano sono sempre una conquista che ha dello straordinario. Domenica scorsa forse ancora di più. Ma c’è una cosa che va sottolineata: il Libano è da oltre 100 anni una repubblica senza altri appellativi se non democratica. E lo è fin dal mandato internazionale del 1920 (sotto tutela francese) e poi dal 1943, con l’indipendenza, fino ad oggi. Con tanti, tantissimi problemi, ma sempre una repubblica democratica. Guardando ai vicini, non c’è un altro Paese (e popolo) dove repubblica e democrazia siano state così tenacemente cercate, volute, concordate, difese, rispettate. Anche quando sono state minacciate, offese, usate e vilipese.

Le elezioni parlamentari di domenica scorsa, 15 maggio, arrivano dopo 3 anni durissimi che hanno visto il default dello Stato, la moneta svalutata del 90%, mancanza di elettricità, carburanti, medicine, cibo. E 243 morti nell’esplosione del porto di Beirut. Per colpa di chi non si sa, e pare che non si debba sapere. Con l’80% degli abitanti sotto la soglia di povertà, almeno di quelli rimasti perchè l’emigrazione nell’ultimo anno è cresciuta quasi del 450%. Se ne sono andati oltre la metà dei medici e poco meno degli insegnanti, per esempio. E la maggior parte di chi è rimasto vive delle rimesse che riceve dai parenti che sono emigrati all’estero: genitori, figli, fratelli e sorelle.

Con poco meno di 4 milioni di elettori (compresi i libanesi all’estero che si sono iscritti nelle ambasciate), domenica ha votato circa il 41% degli aventi diritto. Meno del 2018, ma non poco se si considera la generale sfiducia nella classe politica (sono note le forti proteste popolari di questi anni) e le complicate e ormai obsolete leggi elettorali, che nessuno ha potuto o voluto cambiare, da decenni. Regole confessionali macchinose (18 le confessioni riconosciute) basate sulle appartenenze stabilite da un censimento del 1932: da allora non ne sono fatti altri per non dover cambiare regole e quote.

Il parlamento monocamerale è composto da 128 deputati, rigorosamente 64 cristiani e 64 musulmani. Appartengono formalmente a una trentina di partiti, di fatto a 2 alleanze trasversali, una filo-siriana (alleanza 8 marzo) e una anti-siriana (alleanza 14 marzo). Trasversali perché in ciascuna delle due ci sono sia cristiani (di varie denominazioni) che musulmani (di altre varie denominazioni), ma anche orientamenti politici molto differenti, che vanno dai nazionalismi di destra ai socialismi di vario tipo.

Meccanismi difficili da inquadrare per i non introdotti, ma importanti per cogliere cosa è successo con il voto di domenica scorsa.

L’alleanza filo-siriana guidata dai partiti sciiti (Hezbollah e Amal) insieme ai cristiani del partito (Fpm) del presidente della repubblica, Michel Aoun, ha perso la maggioranza che aveva (71 seggi) ed ottiene solo 62 seggi (meno dei 65 necessari). Lo schieramento anti-siriano avrebbe ottenuto una cinquantina di seggi, ma ci sono forse 16 seggi di candidati indipendenti (in precedenza era solo 1) appartenenti a varie formazioni, ma legati alla protesta popolare che sono fisiologicamente anti-establishment, quindi più vicini all’alleanza anti-siriana, che è guidata da uno schieramento sunnita e da quello cristiano delle Forze Libanesi del grande oppositore di Aoun e di Hezbollah, Samir Geagea, un ex signore della guerra libanese (1975-1990) che si è fatto anche alcuni anni di carcere. Insieme, l’ex opposizione (ma non del tutto tale) e i nuovi eletti indipendenti otterrebbero la maggioranza in parlamento (66 seggi).

Tenuto conto che i partiti sciiti hanno retto (mantenendo 27 seggi), nella vecchia alleanza di governo hanno perso consenso i partiti loro alleati. In particolare, l’Fpm di Michel Aoun ha perso fra i cristiani il ruolo di primo partito ed ha ceduto il primato alle avversarie Forze Libanesi di Samir Geagea. In sostanza molti elettori cristiani hanno ritenuto responsabile del disastro in cui si trova il Paese la coalizione filo-sciita ed hanno dato il loro voto agli indipendenti provenienti dalle file della protesta popolare, anche se questo spostamento potrebbe non risolvere nulla senza che i nuovi eletti accettino di venire a compromessi con il vecchio schieramento anti-siriano. Che poi anti-siriano in pratica significa filo-saudita.

Anche se sono aumentati in Parlamento i deputati indipendenti e le donne (8 rispetto alle 6 precedenti: tra le 8 elette 4 provengono dalle fila delle proteste popolari, 2 alle Forze Libanesi, 1 ad Amal e 1 al Fpm di Aoun), niente di travolgente, insomma. Forse un piccolo segno.

In sintesi, dopo queste elezioni, la situazione del Libano potrebbe migliorare? Difficile dirlo, molto difficile. Potrebbe facilmente peggiorare.

 

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