L’Europa? Una patria

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Faceva una certa impressione discorrere d’Europa, di allargamenti e nuovi equilibri nel luogo stesso in cui nel ’57 era stato firmato il trattato che è all’origine dell’Unione europea, cioè in Campidoglio (la firma era avvenuta nella sala degli Orazi e Curiazi, e noi ci trovavamo alla Protomoteca). Non c’erano più le grandi figure dell’epoca, Schuman, Adenauer, De Gasperi, Monet, Spinelli…, coloro che avevano contribuito alla nascita di una forma di aggregazione internazionale inedita, con grande coraggio. Ma da allora di strada se n’è fatta parecchia. Oggi l’Europa coi suoi rappresentanti legifera su formaggi e su acciaio, mentre noi tutti sentiamo tintinnare nei nostri borsellini una moneta nuova, e tanti altri popoli bussano alla porta di una casa comune che, malgrado i denigratori, oggi esiste. Ciò che latita è piuttosto l’ideale europeo, l’idea di un’Europa unita, il movente che aveva animato i suoi padri. La Convenzione, che sta ridefinendo le linee di quella che sarà la carta costituzionale europea, ha aperto nuove speranze. Sui giornali i tenori della politica hanno ripreso a scrivere sui grandi temi, e nelle aule dei parlamenti nazionali, oltre che ovviamente nell’aula di Strasburgo del Parlamento europeo, si avvertono di nuovo spinte a una forte definizione dell’identità dell’Unione europea, pur con idee a volte profondamente divergenti, come ad esempio sulla questione fondamentale delle radici cristiane dell’Europa. In questo contesto il sindaco di Roma, Walter Veltroni, ha voluto organizzare per la festa dell’Europa, il 9 maggio, un convegno dal titolo “La Convenzione sul futuro dell’Europa”. Il panel degli oratori era di alto profilo istituzionale, alla Protomoteca: dal vicepremier Gianfranco Fini al vicepresidente della Convenzione Giuliano Amato, dal ministro degli Affari europei Rocco Buttiglione al presidente della commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo, Giorgio Napolitano, al parlamentare europeo Antonio Tajani, oltre al sindaco di Roma. In più – in rappresentanza della società civile, e invitata da Veltroni a parlare espressamente di “come dare un’anima all’Europa” – Chiara Lubich, che da qualche tempo non esita a portare il pensiero politico – quello più alto – in mezzo all’agone politico. Purtroppo i due membri del governo non hanno potuto partecipare all’incontro, per un improvviso incontro del Consiglio dei ministri. Ma le loro relazioni erano già stampate… Tra il pubblico, oltre ai professionisti della politica a livello europeo, nazionale e locale, una buona fetta era rappresentata da professori e studenti delle tre università romane (accompagnati dai rispettivi rettori), visto che la riunione pubblica era stata organizzata non solo dal comune, ma anche dall’Associazione Cantiere Europa, che riunisce appunto comune e università capitoline nel cercare di coniugare assieme l’Europa delle città e l’Europa della cittadinanza. Una presenza, questa dei giovani, particolarmente apprezzata. I discorsi pronunciati alla Protomoteca non sono stati di prammatica. A cominciare da Giuliano Amato che, con la proverbiale lucidità da Dottor sottile, ha ammesso che gli addetti ai lavori sentono gli scricchiolii delle strutture europee, ma che nel contempo non si può non riconoscere che si vada avanti: la moneta è unica, le strutture commerciali tendono all’armonizzazione, si stanno facendo progressi anche nel campo della sicurezza, con il progetto di un’unica polizia di frontiera. E altro ancora. Amato ha concluso con un vigoroso richiamo: “Abbiamo bisogno di riforme coraggiose, per ridurre e rafforzare. Per rendere unito ciò che oggi si definisce coeso… Per far questo abbiamo uno straordinario bisogno di elementi di unione trasversali, come le religioni”. Prima di lui il sindaco Veltroni aveva anch’egli richiamato all’esigenza di una maggiore forza per sconfiggere il grande nemico, “la paura, le culture delle piccole patrie, delle piccole nazioni, dei particolarismi, della xenofobia, dell’antisemitismo, dell’euroscetticismo, della violenza”. Poi l’idea centrale del convegno: “L’Europa deve avere un’anima”. Per dargliela, le città possono essere “sensori dell’adesione dei cittadini all’Europa “. Antonio Tajani, eurodeputato di Forza Italia, parla da parte sua con forza di un’Europa federale basata sui princìpi di solidarietà, sussidiarietà e rispetto della dignità della persona umana. Un’Europa che deve dare voce alla grande maggioranza delle esigenze dei cittadini. Giorgio Napolitano, con la sua notoria giustezza di linguaggio, ha voluto richiamare la convinzione che non si potrà dedurre automaticamente la nuova Europa da quanto fa oggi. Serve un nuovo afflato, che può forse scaturire dalla Convenzione stessa, che integra in modo innovativo l’elemento elettivo con quello amministrativo dell’Unione europea. Giancarlo Fini, rappresentante del governo alla Convenzione, si sarebbe concentrato – come si legge nel testo distribuito – sull’articolazione necessaria tra stati nazionali e Unione europea, secondo lo slogan “integrazione ove necessario, decentramento ove possibile”. E Rocco Buttiglione, associando il filosofo al politico, avrebbe centrato il suo intervento sulle radici ebraicocristiane della nostra Europa attuale, senza omologazioni forzate, ma con lucidità: radici che vanno integrate nella futura costituzione europea. Chiara Lubich non ha proposto un discorso a sé stante, come spesso si sente fare da coloro che dicono di rappresentare “la società civile”. Ha parlato solo di politica: “L’idea della fraternità è presente in momenti che hanno caratterizzato la storia d’Europa e che hanno preparato, da lontano, il grande progetto dell’unità europea”. Nella visione dei fondatori, ha precisato la Lubich, “l’Europa è una famiglia di popoli fratelli, non però chiusa in se stessa, ma aperta ad una missione universale. L’Europa unita, dunque, per arrivare ad un mondo unito”. “C’è santità alle radici dell’Europa – ha continuato la Lubich – e non solo di quella che la storia ci consegna, ma anche dell’Europa che noi oggi stiamo costruendo”. Ha citato i patroni del continente, da Benedetto a Brigida di Svezia a Edith Stein, fino ad Alcide De Fasperi e Robert Schuman. A proposito di Cirillo e Metodio ha detto: “Hanno applicato nei fatti il modello cristiano di unità nella distinzione che appartiene al Dna dell’Europa”. Serve tuttavia una forte spinta ideale per attuare tutto ciò, una vera vocazione alla politica, “una chiamata personale che emerge dalle circostanze e parla attraverso la coscienza “. La conclusione del discorso della Lubich riportava l’uditorio in Europa: “Ed è in questa fraternità universale, che crea l’unità salvando le distinzioni, la vocazione dell’Europa. Essa è ancora in cammino”. L’unità d’Europa domanda oggi ai politici europei “di stringere tra loro quasi un patto di fraternità, che li impegni a considerarsi membri della patria europea come di quella nazionale, cercando sempre ciò che unisce e trovando insieme le soluzioni ai problemi che ancora si frappongono all’unità di tutta l’Europa”. Nella piazza del Campidoglio, mentre si svolgeva il convengo alla Protomoteca, centinaia di bambini giocavano con palloncini decorati con la bandiera stellata dell’Unione europea. Dialogando col sindaco, hanno voluto “giocare all’Europa”. Serve forse anche questa dimensione ludica per capire che per fare un’Europa giusta e unita tocca ritornare in certo modo bambini, per dimenticare offese e torti subiti, per guardare al futuro con speranza, per ritrovare un’idealità e una dimensione utopica senza le quali non si possono realizzare i grandi progetti. CI HANNO DETTO Walter Veltroni: “Chiara Lubich ha delle belle parole, nel senso che il suo mondo, il mondo dei suoi valori, il mondo della solidarietà, della fratellanza, delle buone relazioni tra le persone è un mondo che deve sempre di più irrompere in una politica che altrimenti perderà il senso e la dimensione dei suoi fini. I valori dello spirito e quelli della politica devono camminare insieme, nel rispetto reciproco delle proprie autonomie, senza invasioni di campo. Ma se la politica perde i valori e perde anche le grandi ispirazioni che questi valori determinano, o se, al tempo stesso, la spiritualità tende a farsi politica – come accade nei regimi fondamentalisti – si perde quell’equilibrio che è assolutamente determinante”. Antonio Tajani: “L’Europa deve essere fondata sui valori. Non può essere solo l’Europa della moneta, dell’economia, deve essere anche l’Europa che riesce ad unire centinaia di milioni di donne e di uomini attorno alla propria prospettiva, attorno alla propria storia. Un’Europa che deve anche affondare le sue radici nelle tradizioni religiose.Voglio citare un filosofo laico come Norberto Bobbio, che ha detto recentemente che le religioni sono elementi fondamentali per la crescita della democrazia”. Giorgio Napolitano: “Fraternità in politica dovrebbe significare una competizione non senza esclusione di colpi, ma con esclusione di colpi bassi e di fattori degenerativi. Dovrebbe significare anche che gli opposti schieramenti che competono legittimamente ed aspramente per l’alternanza nel governo di ciascun paese, però si ritrovino in alcuni impegni fondamentali, in alcuni valori condivisi”. Fabrizio Grillenzoni, rappresentante della Commissione europea a Roma: “Bisogna tornare alle radici idealiste di Schuman, Adenauer e De Gasperi. Curiosamente, tra coloro che hanno parlato oggi, chi ha avuto accenti più alti, di idealità forte, è stata Chiara Lubich”. (con la collaborazione di Paolo Lòriga)

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