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Mondo > Esteri

L’Europa teme il caos più degli ayatollah

di Fabio Di Nunno

- Fonte: Città Nuova

Fabio Di Nunno, autore di Città Nuova

L’Unione europea non ha preso una posizione univoca sulla crisi iraniana, ma preoccupa l’instabilità nel Medio Oriente.

Ursula von der Leyen (a sinistra), Presidente della Commissione europea, e Antonio Costa (a destra), Presidente del Consiglio europeo, partecipano a una riunione interistituzionale dell’UE a Bruxelles, Belgio, 3 marzo 2026. I leader hanno discusso la risposta coordinata dell’Unione europea all’escalation delle tensioni che coinvolgono l’Iran. EPA/OLIVIER HOSLET. ANSA

Il Medio Oriente è sull’orlo del baratro e l’Unione europea (Ue), pur tra le solite cautele diplomatiche, sta provando a definire una posizione diplomatica unitaria che però si scontra, come sempre, con i diversi approcci dei 27 Stati membri. Mentre i venti di guerra soffiano impetuosi su Teheran, i vertici di Bruxelles hanno delineato una posizione che oscilla tra il realismo geopolitico e la speranza di una transizione democratica, pur nella preoccupazione che l’intera regione possa collassare trascinando con sé l’economia globale. Negli ultimi tempi, l’Ue aveva ripetutamente invitato la leadership iraniana a porre fine al suo programma nucleare e a limitare il suo programma di missili balistici, oltre ad avere condannato l’inaccettabile repressione e la violenza perpetrate dal regime iraniano contro i propri cittadini nelle recenti manifestazioni di piazza.

La voce più ferma è stata quella della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che, durante il suo intervento alla Conferenza degli ambasciatori dell’Ue, ha usato parole che lasciano poco spazio alle ambiguità del passato, affermando che «non si dovrebbero versare lacrime per il regime iraniano che ha inflitto morte e repressione al suo stesso popolo». Ella ha affermato che «l’Europa non può più essere custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà», ribadendo che «difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi».

La guida dell’esecutivo di Bruxelles ha delineato tre assi della politica estera europea: la nuova Strategia della Sicurezza europea, i rapporti commerciali con i paesi terzi e una diplomazia che porti risultati agli europei, con l’obiettivo di «renderci più resilienti, più sovrani e più potenti − dalla difesa all’energia, dalle materie prime critiche alle tecnologie strategiche». Per questo, «abbiamo bisogno di uno sguardo chiaro e rigoroso sulla nostra politica estera nel mondo di oggi, sia in relazione a come è progettata sia a come viene attuata», ma anche di «riflettere se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda».

In definitiva, per von der Leyen il conflitto non è più solo una questione di necessità o di scelta, ma una realtà con cui l’Europa deve fare i conti con assertività. La caduta dei vertici di Teheran, segnata dalla scomparsa dell’Ayatollah Ali Khamenei, viene vista come un’opportunità storica per un Iran libero, ma il prezzo è un’instabilità senza precedenti. La presidente della Commissione europea ha denunciato con forza come la sicurezza europea sia oggi direttamente minacciata dalle ricadute energetiche e commerciali del conflitto. Le ricadute del conflitto sull’Europa possono essere anche militari, non tanto per un coinvolgimento diretto degli Stati membri che sembra per ora improbabile, quanto piuttosto per gli approvvigionamenti di armi e, soprattutto, munizioni, che i Paesi europei hanno bisogno di acquistare dagli Stati Uniti per il loro piano di riarmo.

Sulla stessa linea, ma con un occhio più attento alla gestione immediata della crisi, si è mossa l’alto rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, colei a cui è assegnato il coordinamento delle politiche estere dei 27 Stati membri, secondo la quale la priorità assoluta è evitare che la guerra si allarghi, nella convinzione che «gli attacchi indiscriminati del regime contro i paesi vicini rischiano di trascinare l’intera area in una spirale di violenza irreversibile». È imperativo rafforzare la solidarietà con i paesi del Golfo e proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, ma anche mostrare sostegno al popolo iraniano, riaffermando che l’Ue sta con chi chiede diritti umani e libertà, pur mantenendo attivi i canali diplomatici per evitare un’escalation del conflitto.

A chiudere il cerchio è il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui la guerra in Medio Oriente è motivo di estrema preoccupazione. Sebbene egli ritenga «l’Iran responsabile delle cause profonde di questa situazione», Costa ha osservato che «l’unilateralismo non può mai essere la via da seguire, mentre la ritorsione dell’Iran e dei suoi rappresentanti in tutta la regione mina la pace e la sicurezza internazionali». Per questo, «l’Ue difenderà sempre un ordine internazionale basato su regole, ancorato al diritto internazionale, al multilateralismo e ai principi sanciti dalla Carta dell’Onu», poiché «l’alternativa è il caos e la violenza».

Costa ha sollevato il tema più pragmatico e, per certi versi, più temuto dai cittadini europei: la tenuta economica. «Dobbiamo essere realistici: la nostra prosperità è sotto pressione», ha avvertito, sottolineando come l’instabilità in Iran stia già influenzando i prezzi dell’energia e la stabilità dei mercati finanziari. Costa ha promosso una linea di de-escalation facilitata, cercando di coinvolgere i leader dei paesi arabi moderati per trovare una via d’uscita che rispetti il diritto internazionale. Per il presidente del Consiglio europeo, l’Europa non può permettersi di essere una semplice spettatrice della frammentazione dell’ordine mondiale; deve invece agire come un blocco unito per evitare che la recessione bussi nuovamente alle porte del Vecchio Continente.

Il 9 Marzo, Costa e von der Leyen, in occasione di uno scambio di vedute con i leader di alcuni paesi del Golfo e del Medio Oriente (Arabia Saudita, Armenia, Bahrain, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Jordan, Iraq, Libano, Qatar, Siria, Turchia, Kuwait e Oman), hanno manifestato l’impegno dell’Ue a contribuire in ogni modo possibile a disinnescare la situazione e facilitare il ritorno al tavolo dei negoziati, ricordando che, sebbene l’ordine internazionale basato su regole sia sotto pressione, il dialogo e la diplomazia sono le uniche vie percorribili. I presidenti hanno ribadito il loro impegno per la stabilità regionale e hanno chiesto la protezione dei civili e il pieno rispetto del diritto internazionale, del diritto internazionale umanitario e dell’obbligo di attenersi ai principi della Carta delle Nazioni Unite.

Eppure, molti governi europei sono irritati dall’attivismo diplomatico di Ursula von der Leyen nei primi giorni della campagna di guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, ritenendo che sia andata oltre il suo mandato nel tentativo di posizionarsi come principale rappresentante dell’Ue all’estero. In particolare, 9 diplomatici, funzionari dell’Ue e legislatori, provenienti da piccoli e grandi Stati membri, oltre a disapprovare la sua gestione della crisi iraniana, hanno aggiungo critiche su altre questioni di politica estera, tra cui gli sforzi della Commissione europea per accelerare l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue e l’approccio di von der Leyen al Board of Peace di Donald Trump.

In definitiva, l’Ue si trova di fronte enormi sfide. Il timore di una nuova crisi migratoria e l’impatto del caro bollette (che si stima possa costare oltre 10 miliardi di euro in più nel solo 2026) pesano sulle decisioni dei 27 Stati membri. La sfida energetica, però, è anche l’opportunità per accelerare l’implementazione del Green Deal europeo e accelerare la transizione verso fonti energetiche rinnovabili, così da liberarsi dal giogo del petrolio e, soprattutto, del gas. L’Ue continua a invocare la legge del diritto, ma ambire al ritorno della diplomazia per risolvere la crisi iraniana sembra, però, solo una dichiarazione di principi, mentre l’America trumpiana pare conoscere solo la legge della forza.

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