L’Europa sceglie sole e vento

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Se va avanti così, ci sciogliamo tutti. Devono essere arrivati con questo tarlo in testa i capi di Stato e di governo dell’Unione europea, riunitisi i primi di marzo a Bruxelles. Il pericoloso surriscaldamento del pianeta, che procede con passo veloce, è stato lo spettro che incombeva sui responsabili del Vecchio continente. Un timore che ha fatto saltare i vincoli dei Trattati, che non delegano all’Unione europea le competenze in materia d’energia, e ha spinto tutti i leader a collaborare, finalmente convinti che il dominio esclusivo della sovranità nazionale poteva, una volta tanto, passare in secondo piano per ricercare soluzioni continentali condivise. Il vertice è stato definito storico dal francese Chirac e dal britannico Blair, entrambi a fine mandato politico e perciò propensi a definire rilevante ogni loro decisione nel cammino dell’umanità. Di risultato storico ha parlato comunque pure il presidente della Commissione europea, Barroso. Ma riteniamo opportuno valutare con maggiore cautela, anche se l’accordo raggiunto sull’energia costituisce un traguardo importante. L’Europa dei 27 ha dunque deciso, e ha deciso in favore delle energie rinnovabili, puntando su sole e vento. E lo ha fatto, dandosi obiettivi e una scadenza precisa, il 2020. Entro questo termine, l’utilizzo delle energie rinnovabili dovrà aumentare dall’attuale media del 6 al 20 per cento del consumo energetico globale dell’Unione europea. Questo era il punto più controverso, ed è il risultato più importante dell’accordo. Tanto più che costituisce un obiettivo legalmente vincolante , ovvero verrà applicato attraverso gli strumenti giuridici e sarà iscritto nelle norme europee. In Italia, siamo sui valori del 6 per cento, ma grazie agli impianti idroelettrici. Quel 20 per cento dell’obiettivo comunitario sarà poi ripartito in una sorta di sotto-obbiettivi differenziati, secondo le specificità dei singoli Stati. Insomma, una doverosa flessibilità per contemperare le differenti esigenze. Quelle di Polonia e Slovacchia, ad esempio, che ritenevano insopportabili per le loro economie i costi del passaggio dal carbone e dal petrolio alle fonti rinnovabili. Quelle della Francia, costellata di centrali atomiche, intenzionata ad assimilare nel computo delle energie rinnovabili anche quella nucleare, trovando la ferma opposizione di Germania, Austria e Italia, che il nucleare l’hanno abbandonato. Vincolante è anche la decisione relativa alla riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni dei gas serra rispetto ai livelli del 1990. Livelli ben noti, perché contemplati dal mai attuato Protocollo di Kyoto, che l’allora Europa dei 15 si era impegnata a rispettare, riducendo le emissioni dell’8 per cento entro il 2008-2012. Nel 2004, la riduzione era ancora ferma all’iperbolico 0,9. Venti volte tanto è l’impegno che l’Ue si è presa a Bruxelles: una meta decisamente ardita, che costituirà il più veritiero banco di prova della comune volontà di affrontare di petto il grave problema. Ulteriore vincolo collettivo riguarda l’incremento al 10 per cento della presenza di biocarburanti (ricavati dall’olio di colza, di sansa, di girasole) nella benzina e nel gasolio per trasporto. Nella prospettiva delle nuove energie, infine, è stato incluso il tema del risparmio energetico, con l’arduo intento di abbattere del 20 per cento gli attuali consumi. Come è facile intuire, il percorso da compiere sarà accidentato per gli ostacoli che ogni Paese rischierà di frapporre alla prova dei fatti. A Bruxelles, c’è chi evoca la sindrome della Costituzione: grande consenso alla firma, ma al momento della ratifica sono piovuti i no. La tedesca Angela Merkel, alla presidenza di turno dell’Ue, guarda al futuro di un’Europa con stile di vita verde e non smette di ribadire che, davanti agli Usa, primi inquinatori al mondo, e alle altre maggiori potenze economiche – tutti restii a investire per l’ambiente -, l’Ue ha assunto la guida mondiale nella campagna contro l’inquinamento e il surriscaldamento del clima. Il primo, vero confronto tra tutti loro è già fissato a giugno, in Germania al vertice degli Stati più ricchi (G8), a cui la Merkel intende invitare anche Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa. Davanti al Protocollo di Kyoto, l’Italia si trovò impreparata, commentano gli esperti. Con l’attuale svolta ambientale dell’Ue, il nostro Paese costata di essere estremamente arretrato nel settore dell’energia rinnovabile. Lo ha dovuto ammettere Prodi, fiducioso però che non è troppo tardi per inserirsi nell’energia solare di ultimissima generazione. Non costruiamo in Italia pale e torri per sfruttare il vento, non abbiamo in produzione i pannelli fotovoltaici, che ricavano, attraverso il silicio, energia elettrica dalla luce solare. Non abbiamo, in verità, nemmeno un piano nazionale dell’energia, perché la materia, ahinoi, è competenza delle regioni. E queste scoprono di essere affette dalla sindrome di Nimby (not in my bachyard, non nel mio cortile), quando rifiutano, com’è successo recentemente da parte della Sardegna e del Molise, la costruzione di torri eoliche per la generazione di energia. C’è da muoversi con rapidità, cara Italia. E un incoraggiamento può magari venire dagli innovativi specchi solari del Nobel Carlo Rubbia, che verranno realizzati dall’Enel a Priolo, vicino a Siracusa. Il progetto si chiama Archimede e i lavori cominceranno in aprile. Ma la realizzazione non è priva di problemi, perché necessita di aree molto vaste, non meno di 40- 50 ettari, abbastanza rare da reperire nel nostro Paese. In questo quadro nazionale di scarse certezze, i più consapevoli e intraprendenti sono proprio i cittadini. Le bollette energetiche sempre più salate, unite ai maggiorati costi di trasporto e di riscaldamento, spingono a ricercare soluzioni alternative e durature. Ed ecco che il mercato è in fermento, tanto che la domanda di fonti rinnovabili sta prendendo consistenza. E con esse tutte le tecnologie verdi. Un boom sembra alle porte. Secondo le stime fornite dal ministero dell’Industria, nei prossimi tre anni raddoppieranno le vendite di isolanti termici per gli edifici e le vendite di frigoriferi di classe A più, quelli cioè a maggiore efficienza; triplicheranno le vendite delle caldaie a quattro stelle; gli acquisti di pannelli termici passeranno da 90 mila metri quadrati all’anno a 500 mila, mentre le vendite di sistemi fotovoltaici si moltiplicheranno per dieci. Le previsioni di Greenpeace sino al 2020 indicano ancora più estesamente il quadro delle innovazioni: saranno cambiati in Italia 20 milioni di frigoriferi e 8 milioni di congelatori, 23 milioni di lavatrici, 130 milioni di lampadine e 40 milioni di motori industriali. In poche parole, un affare gigantesco, in cui le famiglie non andranno lasciate in balia della pubblicità. C’è una sensibilità ambientale da radicare nella cultura nazionale, e servono sussidi pubblici per favorire le costose trasformazioni. Nella Finanziaria 2007 sono contenuti i primi provvedimenti per favorire il risparmio energetico negli edifici e per incentivare l’installa- zione di pannelli solari, con il rimborso del 55 per cento della spesa sostenuta. Un apposito decreto legislativo introduce il certificato energetico per ogni immobile, che indica la classe di consumo dell’appartamento, mentre a fine febbraio è stato varato il cosiddetto conto energia per incentivare l’installazione d’impianti fotovoltaici e la produzione e vendita di elettricità alla rete nazionale o locale da parte di privati cittadini. Se tutti questi buoni propositi e le allettanti prospettive si trasformeranno in fatti concreti, ci sarà da rallegrarsi. Eppure, è ancora poco per sostenere una svolta. C’è da puntare con coraggio su ricerca e produzione con investimenti mirati. Le prossime decisioni governative saranno cruciali. È l’ora dell’intelligenza Era ora! Meno male che l’Europa si sta svegliando, scopre che dispone di risorse rinnovabili e che conviene sfruttarle. Sono segnali nuovi per Sergio Rondinara, docente di Etica ambientale all’università Gregoriana di Roma e coordinatore di Ecoone (www. ecoone.org), espressione dei Focolari in tema ambientale. Quale significato ha, secondo lei, l’intesa dell’Unione europea? Prima di tutto, vuol dire che le energie rinnovabili non sono considerate più scelte di nicchia, ma opzioni che portano ad un’integrazione della produzione energetica con quote sostanziali, si parla del 15-20 per cento. Non sono più viste come laboratori tecnologici o contentini per i verdi La decisione Ue è dettata dallo stato di necessità? La svolta compiuta dall’Europa è legata al bisogno di realizzare una multiformità delle fonti energetiche, in modo da disporre di una flessibilità in caso di crisi internazionale. L’anno scorso, è bastato che l’Ucraina chiudesse il passaggio del gas dalla Russia e il Vecchio continente è finito quasi in ginocchio. A monte c’è, dunque, una necessità. Ma emerge anche un’opportunità industriale. Colta soprattutto dalla Germania? La Francia continua nel settore nucleare, perché è ormai un colosso ed è difficile tornare indietro. L’Inghilterra, invece, ha installato grandi impianti eolici, pur avendo petrolio nel Mare del Nord e carbone, perché ha capito che si tratta di una questione di competitività dell’industria. E la Germania lo dimostra, avendo deciso cinque anni fa. Qualcuno ha considerato che la scelta fu dovuta alla presenza dei verdi nel governo Schroeder. In realtà, è stata l’industria ad appoggiare la svolta. Quella nucleare tedesca, infatti, era bloccata nel suo sviluppo, non vendeva più, perché nessun Paese installa più centrali. L’opzione delle energie rinnovabili ha rappresentato un’opportunità industriale: hanno intuito che sarebbe stato un affare. In 5 anni, la Germania è diventata la prima produttrice europea di energia eolica e nei prossimi 5 anni sarà la prima esportatrice al mondo di pale eoliche. È stato un discorso di strategia industriale, che ha prodotto una politica ambientale. La sveglia è suonata anche per l’Italia. Ce ne siamo accorti? Il governo ha fatto presente che non serve impostare una politica specifica, perché siamo già sui livelli europei. In realtà, beneficiamo di un sistema idroelettrico che da 100 anni resta la base dell’energia rinnovabile. Miopia pura? Il problema è che non siamo capaci di svincolarci dal potere dei petrolieri. Finché controlleranno i settori politici, questi ultimi continueranno ad avere un’attenzione privilegiata verso di loro. Un esempio? Una direttiva dell’Ue obbliga all’installazione di pannelli solari nelle nuove abitazioni in Europa dal gennaio 2007, ma questa direttiva è stata contrastata a livello internazionale, tanto che le indicazioni non vanno recepite dai governi, ma a livello locale. Così, solo pochissimi comuni italiani l’hanno accolta. Petrolieri e politici. Non è purtroppo una faccenda solo di casa nostra. Nel nostro piccolo, come si muove l’Enel? È presto detto. L’Enel aveva un ufficio per il risparmio energetico, che faceva iniziative di sensibilizzazione presso gli utenti. Quando l’azienda è stata privatizzata, il nuovo amministratore delegato ha detto che lo scopo dell’azienda non è far risparmiare energia, ma venderla. Quell’ufficio è stato chiuso. Con la privatizzazione, non più motivazioni legate al bene comune, ma al mercato. Visto il tema e gli ostacoli, sembra una guerra contro i mulini a vento? Guardi, il processo non è politico, ma culturale. I cittadini dovrebbero aver presente l’aspetto ambientale per la civiltà che vogliono costruire. Il fatto è che la gente deve essere educata alla partecipazione in queste tematiche. Il rapporto tra democrazia ed ecologia è una questione centrale. Ma la cultura prevalente non va per il sottile in fatto d’ambiente. È una cultura del dominio sulla natura e dell’irresponsabilità di questo dominio, non dell’affidamento e della custodia della Terra in funzione delle generazioni future. Per arrivare a questo occorre un modello antropologico che ancora non c’è, una concezione della persona in cui primeggi la logica comunitaria e la partecipazione rispetto alla visione individuale. Non basta allora installare in casa i pannelli solari. Proprio così. Abbiamo a che fare con un bene comune che non è più a livello nazionale ma globale. E questo implica una strategia globale, programmi nazionali e stili di vita che alimentino una cultura ambientale della partecipazione. Non si tratta solo di eliminare gli sprechi, ma di razionalizzare a livello personale e collettivo l’uso delle risorse. È un fatto d’intelligenza, non solo di portafoglio e le istituzioni devono incentivare chi vuol fare scelte intelligenti. SEI UNA FAMIGLIA ECOSOSTENIBILE? In fatto di energia, chi è in ristrettezze economiche è costretto ad inventarsi soluzioni per non consumarla. Negli ultimi anni, complici le pesanti bollette, la cerchia di famiglie attente ai consumi si è ampliata. Per gli esperti, bisogna però passare dal risparmio alla razionalizzazione dell’uso dell’energia. Non è questione di portafoglio, ma d’intelligenza, ci ha fatto presente nell’intervista Sergio Rondinara. Razionalizzare significa anche interventi che permettano un minore consumo energetico negli anni successivi. Vorremmo perciò, caro lettore, conoscere le scelte da te compiute per condividerle sulla rivista e accrescere tra tutti sensibilità e conoscenze. Invia il tuo contributo a ploriga@cittanuova.it o a Lòriga, redazione Città nuova, viale Carso 71, 00195 Roma.

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