L’Europa dopo l’Europa

Si può parlare di fallimento della Conferenza dei capi di stato e di governo dell’Unione europea a Roma? Se anche fosse vero, nessuno lo ammetterebbe mai. “Faremo bella figura”, aveva assicurato con tono tranquillizzante il premier italiano che faceva gli onori di casa. E, quanto alla cornice, si deve ammettere che i fondali e le quinte policrome imbastiti sullo scenario pur sempre dignitoso dell’Eur non hanno fatto torto all’attesa. Anche l’ordine pubblico è stato garantito, nonostante i no global “disubbidienti”, arrivati in buon numero per guastare la festa. Calorosi sorrisi e strette di mano hanno accontentato i fotografi.A tutto ciò dobbiamo aggiungere, per onestà, anche l’impegno costruttivo dei due presidenti, Prodi e Berlusconi, avversari nella piccola patria italiana, e “alleati” – almeno per questo semestre – nella grande patria Europa. Ma sulla sostanza delle divergenze messe sul tappeto dagli illustri invitati proprio per dirimerle e siglare l’accordo conclusivo non si è fatto un passo avanti. Se non quello di dirsi convinti che nei mesi che restano ancora a disposizione, un compromesso per firmare la Costituzione lo si troverà. E Berlusconi si è dovuto accontentare dei sorrisi e della promessa che, per apporre quella firma, si tornerà a Roma, anche se l’evento non si verificasse più sotto la presidenza italiana. Finora si è parlato molto del grande rifiuto opposto dalla maggioranza dei paesi europei, capeggiati dalla Francia, alla richiesta di alcuni, fra cui l’Italia, di inserire nella Costituzione un riferimento esplicito alle radici giudaico cristiane dell’Europa. Assai meno dei dissensi che vertono su tantissimi altri punti, alcuni dei quali per nulla marginali. Va ricordato, innanzitutto, che alla Conferenza hanno partecipato anche i dieci paesi che entreranno nell’Unione il primo maggio e che si sentono per certi versi discriminati perché non verrebbero rappresentati con continuità nell’Unione da un proprio commissario, bensì con un sistema a rotazione. Alcuni poi vorrebbero ridiscutere la ripartizione dei seggi nel parlamento europeo, nonché lo status del Consiglio; e osteggiano la proposta di un presidente fisso. Spagna e Polonia, contestano il nuovo conteggio proposto per una maggioranza che darebbe più peso ai paesi con più popolazione. Scandinavi, polacchi, spagnoli e britannici hanno grosse riserve sulla difesa europea e neppure accettano che un gruppo di paesi possa avanzare sulla via dell’integrazione con una velocità maggiore degli altri. In sostanza solo i sei paesi fondatori sarebbero d’accordo su tutto. In questo panorama di piccoli e meno piccoli egoismi, le proposte più lungimiranti sono, a mio avviso, quelle difese dal presidente della Commissione Prodi (condivise in gran parte dal parlamento europeo) che accetta il testo della Convenzione in quanto rappresenta comunque un passo avanti rispetto al passato, pur definendolo suscettibile di miglioramenti. Ma auspica un riequilibrio dei poteri al vertice dell’Unione in senso più democratico, a cominciare dall’estensione del voto a maggioranza. È fin troppo ovvio infatti che l’unanimità fra 25 membri può corrispondere di fatto, assai spesso, all’immobilità. Purtroppo, fin che resterà un po’ di tempo per decidere, si assisterà ancora al mercanteggiamento che proprio questo diktat dell’unanimità impone con un atteggiamento che appare, a dir poco, ricattatorio. Si vedrà dunque, alla fine, quale è il vero interesse di ogni singolo paese per l’Europa. Per ora la relativa coesione dimostrata dai sei paesi fondatori depone a loro favore. La voglia d’Europa che si è radicata in loro attraverso il lungo e non sempre facile cammino che li ha portati a costruire l’Unione, quale oggi è, si direbbe faccia parte ormai del Dna di queste popolazioni. Certo, l’Unione europea come appare oggi non sarà una realtà perfetta, ma resterà comunque perfettibile ed è fuori di dubbio che essa ci è invidiata in tutto il mondo. E una seconda riflessione si pone: quella di non dover avere troppa fretta di crescere in tutte le direzioni, attratti solo dal desiderio di disporre di un mercato più vasto. L’unità tra i paesi che hanno deciso di rinunciare ad una parte della propria sovranità per condividerla con altri deve crescere armonicamente, abbracciando tutte le funzioni e le dimensioni dello stato, secondo i princìpi della democrazia. Altrimenti quella porzione di potere che ogni paese delegherà all’autorità sovranazionale verrà occupata da altri poteri, segnatamente quelli economici, che faranno prevalere le proprie leggi di sviluppo. Vogliamo restare ottimisti, ma viene legittimamente da chiedersi quale Europa succederà all’Europa in cui abbiamo creduto e sperato finora. Francamente non ne vedo un’altra possibile, che non sia condannata a regredire.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons