Lettere dal sahara

L’ottantaduenne Vittorio De Seta è un solitario del nostro cinema, distintosi, fin dagli anni Sessanta, per la capacità di mettere in luce gli emarginati con film-inchiesta, il più noto dei quali è Banditi a Orgosolo. È dotato anche di notevole talento artistico e Scorsese lo ha definito un antropologo che parla con la voce di un poeta. La storia è quella di un senegalese emigrato clandestinamente in Italia, del penoso inserimento nel lavoro, delle angherie per razzismo, della sua crisi d’identità, del ritorno in patria e dell’importante confronto con un suo ex professore, che gli ricorda il valore della propria cultura. De Seta, che si è detto affascinato dalle presenze silenziose degli immigrati nei luoghi pubblici e dalla loro umiltà, ha dato un taglio particolare al protagonista. Che non ricalca ciò che ci aspettiamo che gli immigrati facciano, cedendo ai peggiori vizi della nostra civiltà. Egli è un musulmano coerente ed ha un incontro positivo con un’associazione cattolica torinese di assistenza. Il lungo ballo popolare finale, in un villaggio del Senagal, grazie anche alla bellezza delle immagini e alla gioiosa sonorità del ritmo, arricchisce di sentimento l’orientamento pronunciato dall’anziano maestro in maniera sofferta, ma complessivamente serena. Un finale equilibrato, tra consapevolezza realista e speranza nel dialogo, degno di un antropologo poeta. Regia di Vittorio De Seta; con Djbril Kebe, Paola Ajmone Rondo. Raffele Demaria

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