L’estate dei dimenticati

Tragedie collettive. Passata l’onda emotiva, sono state trascurate. Viaggio tra popolazioni piagate ma indomite.
Terrremoto l'Aquila

C’è ancora bisogno, purtroppo, dell’amaro rito dell’anniversario per disseppellire dalla coltre di amnesia nazionale le dolorose vicende di quanti sono stati colpiti da tragedie collettive. Dopo l’onda emotiva del momento, i mezzi di comunicazione tacciono. E con rapidità tutto scivola nell’oblio o, peggio, nell’indifferenza. Non sussiste più un “dopo”. Anzi, c’è, ma non interessa, non lo si fa conoscere.

Qualche giorno fa, il 29 giugno, è stata frettolosamente ricordata – ad un anno di distanza, la solita celebrazione – la strage di Viareggio, del treno carico di gas che deraglia nel centro abitato e vengono inceneriti un quartiere e la vita di 32 persone.

Che estate vivranno queste famiglie dimenticate che attendono verità e giustizia? Il pensiero si amplia ovviamente a tutte le altre coinvolte nelle più diverse tragedie. Noi siamo voluti tornare in due località dove la natura ha colpito: L’Aquila, Giampilieri e Scaletta Zanclea, in provincia di Messina.

 

L’Aquila in stallo

 

Qui non c’è vita. Non abitano rumori. Non dimora il presente. Qui restano “cadaveri” tenuti su dal certosino lavoro di vigili del fuoco, operai, tecnici. Siamo nella cosiddetta “zona rossa”, nel centro storico de L’Aquila, la parte più colpita dal sisma, accompagnati da solerti pompieri. Le vie sono percorribili, le macerie rimosse. Quasi tutto è stata messo in sicurezza, ma l’ordine che regna accentua il senso di angoscia.

 

Qui nel centro storico vivevano 32 mila persone. Ora sono disperse tra le 19 cittadelle realizzate con rapidità, un po’ di case in affitto concordato con la Protezione civile, presso alberghi e caserme, ma la maggioranza (12 mila famiglie) ha rimediato con soluzioni di «autonoma sistemazione» presso parenti, amici o altro. Per quest’ultima soluzione il comune contribuisce con 200 euro al mese a persona e fino a 500 per anziani con problemi. Gli aquilani fuori casa, compresi quelli del centro storico, sono ancora 48.500 su una popolazione di 73 mila abitanti. Un’enormità! Anche in termini di costo: 15 milioni al mese. Con il rischio che la situazione attuale si trasformi per tante persone in una sorta di vitalizio dell’assistenza.

A loro e ai terremotati degli altri comuni colpiti non si prospetta una bella estate. «Non ci sono certezze per i tempi e i soldi della ricostruzione – ci dice Lidia Fusco, con la casa inagibile nel centro storico –, e non si sta muovendo nulla. Per questo abbiamo manifestato in migliaia».

Non è certo una capopopolo, la signora Lidia. Con pacatezza esprime il dolore e il disorientamento di una popolazione che continua a vivere per un unico obiettivo: vedere ricostruito il centro storico e tornare a viverlo.

«Qui a Bazzano (una delle nuove cittadelle, ndr) l’appartamento dove sono è molto buono – fa presente Piero, da poco in pensione –, ma non è casa mia. E poi mancano servizi, negozi, vita sociale. Siamo al sicuro dalle scosse, eppure voglio tornare nel centro storico».

 

Quello che più logora è l’assenza di certezze incoraggianti. «Dal 1° febbraio abbiamo ricevuto appena 122 milioni per l’emergenza – ci spiega il sindaco del capoluogo, Massimo Cialente –. Abbiamo potuto pagare alle imprese solo il 50 per cento dei lavori compiuti. E per la ricostruzione non arriva denaro. Ecco perché non parte nulla». Ma non è tutto: «A fine febbraio, con il presidente della Regione abbiamo consegnato le linee guida per intervenire sulle case con danni gravi. Berlusconi ha firmato l’ordinanza l’altro giorno, dopo tre mesi e mezzo. C’è sottovalutazione».

Dice molto anche un fatto: il sindaco Cialente (Pd) e il presidente della Provincia de L’Aquila Del Corvo (Pdl) erano compatti nel protestare a Roma il 24 giugno scorso: «La ricostruzione deve cominciare subito». E a tal fine – dato che per il centro storico servono 9 miliardi – sollecitano il governo a varare «una tassa di scopo che permetta di reperire il denaro necessario».

Anche in tema di tasse concordano. Entrambi chiedono di venire trattati come le altre zone terremotate. In Umbria e nelle Marche le imposte dovute sono state pagate 12 anni dopo il sisma, nella misura del 40 per cento del totale e con rate in 10 anni. Solo dopo la protesta degli aquilani è passato, nella manovra finanziaria in corso, l’emendamento che posticipa il pagamento dal 1° luglio 2010 al 1° gennaio 2011. Una ben magra conquista!

Con quale prospettiva infatti possono riaprire i battenti professionisti, artigiani e commercianti in un luogo dove la gente non ha né lavoro, né soldi, se tra poco busserà alla porta l’Agenzia delle entrate?

 

«Non so se resto ancora o vado via – confida Dina nel suo locale “temporaneamente agibile” di parrucchiera a Coppìto, periferia de L’Aquila –, perché, se non riparte qualcosa, devo con la famiglia cercare altrove un futuro». Delle 1.300 attività economiche del centro storico, solo la metà, quelle situate nella fascia più esterna dell’area o traslocate altrove, hanno riaperto.

«L’esperienza di precarietà del presente – riferisce don Ramon Mangili, della Caritas diocesana – fa respirare un clima di forte tensione che coinvolge giovani, adulti e anziani e li disorienta. Mancano centri di aggregazione positivi». E racconta della lentissima burocrazia e di un atteggiamento incomprensibile del comune verso la Caritas. Questa dispone di capitali, frutto di donazioni, e di proposte per realizzare centri di comunità.

«Eppure – racconta don Mangili – abbiamo presentato 18 progetti: 17 sono stati bocciati, uno è sotto ulteriore verifica. Ufficialmente per motivi tecnici. Ma un assessore ha detto che creare situazioni agevoli allenta la tensione a voler tornare nel centro storico».

Questa mancata collaborazione è un fattore ulteriore di difficoltà per gli aquilani nell’odierna estate, in cui temono di venire definitivamente dimenticati.

Paolo Lòriga

 

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Rinascere dal fango

 

«Qui c’erano degli alberi secolari e qui c’era il panificio». Ora solo macerie, detriti e un silenzio agghiacciante. Giuseppina trattiene a stento le lacrime percorrendo le strette viuzze di Altolía, la frazione di Messina che il 1° ottobre 2009 insieme a Giampilieri, Briga, Molino, Scaletta Zanclea, Guidomandri, Itàla, è stata investita da una valanga di fango. La montagna, sgretolata dalle piogge insistenti, ha trascinato a valle tonnellate di terra, travolgendo macchine, case e persone. Sono 31 i morti e ancora 6 i dispersi.

«Qui è stato trascinato via Luccio». Giuseppina indica una scala semidiroccata e non contiene il pianto. A Luccio Sciliberto, disperso, è dedicato il piccolo oratorio per i ragazzi, uno spazio colorato e vivo in questo teatro di morte. La tragedia di quei giorni è fissata negli occhi di Cettina, la moglie.

«Appena ho potuto – racconta –, sono scesa in strada a cercarlo e a mani nude abbiamo scavato nel fango». Per mesi il suo bambino più piccolo dalla finestra aspettava papà. Ora Cettina lavora in una casa di riposo a Messina. Non può accedere al conto in banca del marito perché disperso e non morto. È questa una delle tante assurdità che dopo 9 mesi continuano ad accadere.

 

Qui in molti hanno perso casa e attività e se un decreto del Consiglio dei ministri ha bloccato il pagamento dei tributi fino a giugno 2009, lo stesso non è successo per le bollette di luce, acqua, gas e per i mutui. Giuseppina aveva una piccola azienda di trasporti agricoli: due furgoni, un trattore, una macchina. Non c’è più neppure il garage che fungeva da deposito. Continua a pagare un mutuo: 10 mila euro per niente.

 

Scendendo verso Giampilieri, la strada è un budello tra la montagna ferita e il burrone. I bambini di Altolía, a rischio della vita da settembre dovranno percorrerla ogni giorno se vorranno andare a scuola: la loro sarà chiusa. Sul fiume di fango che ha tagliato il paese ci sono solo due ruspe al lavoro. Qui almeno la scuola è stata ripristinata e intitolata a Simone Neri, il giovane che salvò otto persone prima di essere lui stesso inghiottito dalla valanga. Ripulita anche la piazzetta, ma quasi nessuno la frequenta, anche se molti degli sfollati negli alberghi sulla costa sono ritornati. Ne sono rimasti circa 80.

Con un sussidio governativo di 600 euro si può affittare una casa sicura nella zona verde. La casa di Pietro è invece nella zona viola. «Possiamo abitarci, ma fino alle 20 e dopo fuori. Aspettiamo la valutazione dei geologi. Io ci resto perché non c’è più vigilanza e i ladri potrebbero portarci via ciò che è rimasto».

Il cugino di Antonio aveva un frantoio nella zona industriale, tutto in regola, costruzione e terreno: ora più nulla. Abusivismo, scempio del territorio: quest’accusa lacera gli animi di tutti gli abitanti della zona. Pronunciata da Guido Bertolaso poche ore dopo la tragedia ha calato una coltre scura di sospetto e oblio.

«Siamo stati dimenticati perché abusivi, ma non è così», ribadisce Pietro del comitato cittadino di Giampilieri. «Il nostro è un borgo medievale, la mia abitazione sorgeva lì dagli anni Venti ed era una casa popolare», grida esasperata Gabriella. Gli abusi sono di alcuni e sono stati «legislativamente sanati».

 

Vera Munafò, dirigente dell’istituto comprensivo di Scaletta Zanclea, che nei giorni della valanga è stato sede della Protezione civile, mensa e obitorio, non usa mezzi termini: «È un’ingiustizia bollare i siciliani come abusivi e corrotti. Con i bambini ci siamo detti: “Manca qualcosa, allora ci attiviamo noi”».

Sono nati i cartelli di servizio, il progetto Ragazzi per i ragazzi, cioè l’adozione a distanza della sua scuola. «Abbiamo venduto limoni su tutto il territorio nazionale per avere dei fondi. Una valanga di solidarietà ci ha travolti. La nostra sicurezza viene dalle persone, ma siamo ostaggi di queste montagne e finché non saranno risanate avremo paura». La messa in sicurezza richiederebbe investimenti superiori ai 101 milioni di euro stanziati e che verranno in gran parte prelevati dai Fas, i fondi europei per la Sicilia.

C’è chi vuole andarsene, ma c’è chi come Lillo, presidente della proloco di Scaletta non si arrende. Ha occupato l’aula comunale e con altri 130 ha bloccato la ferrovia. Risultato: foto segnaletiche alla questura per interruzione di pubblico servizio, ma strada statale nuovamente percorribile, anche se per l’Anas è ufficialmente chiusa e quindi niente trasporti pubblici. Michele Cannaò, artista locale, ha raccolto opere per il Museo del Fango, un acronimo per indicare che l’arte può essere rinascita e speranza. E qui di speranza e di azioni c’è n’è veramente bisogno.

 

 

Cambiare la cultura del territorio

 

Mario Briguglio, sindaco di Scaletta Zanclea, ha gestito l’emergenza e ora la ricostruzione.

 

A che punto è l’opera di risanamento?

«Ci si sta muovendo lentamente, lo Stato c’è e si lavora, ma i fondi sono insufficienti. A Scaletta sono stati destinati circa 7 milioni di euro, ne occorrerebbero quasi 200 per un risanamento totale. Ripeto, però, con il capo dei geologi siciliani: “Lo Stato litighi meno e agisca di più”».

 

Ma non tutto dipende dai fondi…

«Certo, bisogna cambiare cultura del territorio, modo di edificare, ma non si può fare da soli e le prescrizioni sui piani regolatori devono essere realmente esecutive. Come istituzione posso fare di più. Bisogna prevenire e fare l’impossibile perché non ci siano vittime. Abbiamo detto no alla delocalizzazione: restiamo. Queste montagne ci spaventano, ma ci appartengono».

Maddalena Maltese

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