Passeggiando per le strade e le vie delle periferie in rapida espansione della maggior parte delle capitali africane – da Accra, Nairobi o Maseru, ma anche Djamena, Abidjan, Yaoundé, Lomé e Bamako oppure Lusaka, e così via –, si ha l’impressione di trovarsi in un cantiere: il martellare ritmico dei macchinari pesanti e le strutture scheletriche dei complessi residenziali ad alta densità che si ergono definiscono lo skyline. E ci si aspetta che questo fenomeno si intensifichi nei prossimi decenni: si prevede infatti che la popolazione del continente crescerà da circa 1,5 miliardi a circa 2,4 miliardi di persone entro il 2050. E c’è già un deficit abitativo di 50 milioni di case. Questa corsa verticale contro il deficit abitativo comporta un costo nascosto e devastante: un’enorme impronta di carbonio che minaccia di cementare la vulnerabilità climatica dell’Africa per il prossimo secolo, sostengono gli esperti. «Mentre architetti e urbanisti si affannano per dare alloggio a una popolazione in rapida urbanizzazione, stanno inavvertitamente imprigionando il continente in un modello di dipendenza dal cemento che il pianeta non può più permettersi».
Il dilemma non riguarda solo la fornitura di alloggi, ma anche gli aspetti fisici legati al carbonio. I dati provenienti da organizzazioni internazionali di ricerca sul clima confermano che il settore edile è responsabile del 39% delle emissioni globali di carbonio legate al consumo energetico. All’interno di questo settore, l’industria del calcestruzzo rappresenta un fattore determinante, essendo responsabile dell’8% dei gas serra a livello mondiale. Per il continente africano che, secondo le previsioni, avrà il tasso di crescita urbana più rapido al mondo fino al 2050, con il 55% degli africani che vivranno in aree urbane entro quella data, i conti sono inesorabili. Secondo gli economisti della Banca Africana di Sviluppo, se l’attuale andamento dell’edilizia, che fa affidamento su cemento e acciaio ad alto consumo energetico, continuerà senza sosta, il costo ambientale metterà a repentaglio proprio le città che si stanno costruendo. Sottolineano che la transizione non è solo un imperativo ambientale, ma una necessità finanziaria per i promotori immobiliari alla ricerca di capitali a lungo termine.
Superare gli ostacoli al finanziamento
Il prof. Chioma Okoro e il dott. Jonathan Oladeji, ricercatori dell’Università di Johannesburg nel campo dell’edilizia sostenibile, hanno esaminato le politiche a sostegno di tale settore, nonché gli ostacoli al finanziamento delle abitazioni ecologiche e i fattori che impediscono la transizione verso un’economia verde nei settori immobiliare, edilizio e delle costruzioni. Affermano che «gli edifici sostenibili apportano benefici ambientali quali la tutela della natura e l’uso efficiente delle risorse. Inoltre, riducono l’impronta di carbonio generata da materiali da costruzione dannosi per l’ambiente come il cemento. Stimolano le economie locali e le piccole imprese promuovendo nuove tecnologie, competenze specialistiche e l’uso di materiali di provenienza locale”.
Il nocciolo della questione risiede nell’architettura dei finanziamenti. Attualmente, le principali istituzioni bancarie della regione considerano l’edilizia sostenibile – come l’uso di blocchi di terra stabilizzata compressa (Cseb), bambù o legno – come “ad alto rischio” o “sperimentale”. La mancanza di un mercato secondario consolidato per gli edifici ecologici significa che i costruttori che investono in progetti ad alta efficienza energetica faticano a ottenere tassi di interesse competitivi rispetto ai loro omologhi che utilizzano prevalentemente il cemento.
L’impatto umano e il percorso verso la resilienza
Un esempio: per una famiglia che si trasferisce in un nuovo appartamento nell’ambito di un progetto di riqualificazione di un insediamento informale, l’impatto ambientale è considerato secondario rispetto all’accessibilità economica e alla sicurezza. Tuttavia, la scelta dei materiali ha un’influenza diretta sulla loro qualità di vita. Le strutture in cemento, nel caldo tropicale, affermano gli esperti, «spesso agiscono come massa termica, intrappolando il calore e richiedendo un sistema di climatizzazione ad alto consumo energetico per garantire l’abitabilità degli spazi. Al contrario, i materiali biologici o alternativi tendono a fornire un isolamento naturale».
Gli architetti che operano nel campo della sostenibilità affermano che la soluzione risiede in un approccio ibrido. Non si tratta di eliminare completamente il cemento, ma di effettuare una selezione intelligente dei materiali. Incorporando materiali locali e sostenibili come la terra stabilizzata, che presenta un’impronta di carbonio significativamente inferiore rispetto ai tradizionali mattoni cotti o al cemento, i costruttori possono realizzare strutture che siano sia accessibili che resilienti al clima. La sfida rimane quella di portare queste tecnologie ai livelli industriali necessari per colmare il divario di 50 milioni di abitazioni. L’era dell’espansione urbana sconsiderata e ad alto tenore di carbonio deve giungere al termine se le città africane desiderano rimanere vitali in un mondo più caldo. I governi africani «mirano a mitigare i cambiamenti climatici, ad adattarsi ad essi, a ridurre i costi energetici e a gestire le loro risorse in esaurimento, come l’acqua». Un modo per raggiungere questi obiettivi è rendere i nuovi progetti abitativi più efficienti dal punto di vista idrico ed energetico. I finanziamenti per il clima rappresentano uno strumento significativo per sostenere l’edilizia verde.
