L’eredità politica di Piersanti Mattarella

A Palermo, la commemorazione pubblica a 40 dall’uccisione del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, fratello dell'attuale capo dello Stato. Un omicidio di mafia, ancora avvolto da misteri: fu delitto di mafia o si saldarono terrorismo nero e Cosa Nostra? L’esempio di un uomo politico che tentò di rinnovare la macchina amministrativa e di garantire legalità
Francesco Ammendola/Ufficio Stampa Quirinale/LaPresse

C’è una storia scritta ed un’altra non scritta. Anzi, una storia che non potrà mai essere scritta perché il corso degli eventi è andato in altra direzione.

La storia di Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana (alla guida di un monocolore DC, con l’appoggio esterno del Pci), si è arrestata il 6 gennaio 1980. Dei colpi di pistola uccisero l’uomo che, da qualche mese alla guida dell’esecutivo regionale, stava provando ad innovare la Regione siciliana, ad assicurare ordine, legalità, efficienza.

Mattarella non morì subito. Respirava ancora quando il fratello Sergio, di sei anni più giovane, lo estrasse dall’auto crivellata di colpi aiutando a portarlo in ambulanza. Pierasanti morì però ancor prima di arrivare in ospedale.  Sergio Mattarella aveva 38 anni ed era professore associato di Diritto parlamentare all’università di Palermo.

Piersanti Mattarella era in carica da quasi due anni. Era stato eletto presidente il 9 febbraio 1978, con uno dei suffragi più alti registrati nella storia dell’Assemblea regionale siciliana. Era deputato regionale dal 1967: era stato eletto a 32 anni.

Per la sua morte non c’è ancora una verità processuale certa. Sono stati condannati come mandanti gli esponenti della “cupola” di Cosa Nostra. I processi hanno decretato che il delitto Mattarella fu voluto dalla mafia che mal sopportava l’operato silenzioso, ma forte del nuovo presidente. Non si conoscono, tuttavia, ancora gli esecutori materiali.

La moglie, Irma Chiazzese, riconobbe come esecutore materiale l’esponente di estrema destra Giusva Fioravanti (e contro di lui c’erano anche le testimonianze dei fratello di quest’ultimo, Cristiano). Ma al processo arrivarono anche altre testimonianze discordanti.

Terrorismo nero o criminalità mafiosa ? Il dilemma, dopo 40 anni, è rimasto irrisolto. Anche se i capi di Cosa Nostra, oggi in parte non più in vita, sono stati condannati.

Dai processi emergono però alcuni dati certi: la volontà di uccidere Mattarella partì dalla Cupola di Cosa Nostra palermitana. Non si conoscono gli esecutori materiali e non è stato accertato se alcune frange dell’estrema destra si siano saldate agli interessi della mafia. L’inchiesta è stata riaperta due anni fa proprio perché oggi l’ipotesi concatenazione tra mafia e politica, alla base del delitto Mattarella, sembra essere sempre più una pista da seguire. A quell’intreccio aveva creduto, per primo, Giovanni Falcone.

Di recente si è aggiunto un nuovo elemento: le armi utilizzate in via della Libertà a Palermo, davanti all’abitazione del presidente della Regione (che usciva di casa con la moglie per recarsi a messa) sono dello stesso tipo di quelle utilizzate in un altro delitto romano, attribuito alle falangi armate della destra capitolina.

Tutto questo emergerebbe dai «verbali dell’audizione integrale “desecretata” del giudice palermitano Giovanni Falcone alla Commissione Antimafia che all’epoca indagava sugli attentati politici commessi da Cosa nostra – – scrive su Avvenire Alessandra Turrisi  – . Nel 1988, Giovanni Falcone definiva l’indagine «estremamente complessa», dal momento che si trattava di capire «se e in quale misura la pista nera» fosse «alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa. Il che potrebbe significare altre saldature e soprattutto la necessità di rifare la storia di certe vicende del nostro Paese, anche da tempi assai lontani».

Falcone ancora aveva ammonito, trattandosi di una «materia incandescente», sulla necessità di non «gestire burocraticamente questo processo». Di più: aveva evidenziato l’esistenza di «collegamenti e coincidenze» tra le indagini sull’omicidio Mattarella e quelle riguardanti la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e «certi passaggi del golpe Borghese, in cui sicuramente era coinvolta la mafia siciliana».

Ciò che è certo è che, con la morte di Piersanti Mattarella, si sono arrestati, almeno in quella fase, la nuova esperienza politica ed il processo di rinnovamento della Sicilia che il leader dc aveva intrapreso. Con le riforme degli appalti ed il tentativo di imprimere legalità alla Sicilia ed alla gestione dei fondi. Egli, legato politicamente all’esperienza di Aldo Moro, aveva avviato nell’isola l’alleanza con il Pci, che aveva mosso anche l’azione di Moro, a sua volta ucciso due anni prima dalle Brigate Rosse.

Quarant’anni dopo, la commemorazione pubblica all’Assemblea regionale siciliana  ha visto la presenza del fratello di Mattarella, Sergio, oggi presidente della Repubblica. Mattarella ha trascorso due giorni in Sicilia, nella sua Palermo. Il 5 gennaio si è recato al cimitero di Castellammare del Golfo, dove Piersanti Mattarella è sepolto e dove riposa anche la moglie di Sergio Mattarella, Marisa Chiazzese. I due fratelli Mattarella, peraltro, aveva sposato due sorelle, Irma e Marisa Chiazzese.

Il 6 gennaio, invece, la commemorazione pubblica si è svolta all’Ars. Sergio Mattarella è stato accolto dal presidente della Regione, Nello Musumeci, dal presidente dell’Ars, Gianfranco Miccichè, dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando che aveva ricoperto anche il ruolo di consulente giuridico di Piersanti Mattarella.

Una cerimonia breve, commossa: Mattarella ha ascoltato in silenzio e non è intervenuto.

Altro momento pubblico la cerimonia di intitolazione di un parco della città, alla presenza dell’arcivescovo Corrado Lorefice e del sindaco Orlando, dei figli di Piersanti,  Bernardo e Maria.

«Fu un grande presidente della Regione – afferma l’ex sindaco si Siracusa, Marco Fatuzzo –  Un innovatore autentico, che si era schierato pubblicamente contro la mafia e la commistione di Cosa Nostra con la politica. Ma modificare lo “status quo” (cambiare la legge sugli appalti favorendo trasparenza e imparzialità, contrastare la disoccupazione, ridurre gli indici di edificabilità dei terreni agricoli, spostare alcuni oneri in capo ai costruttori e non più agli enti pubblici, commissionare inchieste e aumentare i controlli per contrastare i potentati malavitosi, fissare criteri più severi per la nomina dei dirigenti pubblici), si trasformò in una pericolosa provocazione per la mafia e non solo». Per questo Piersanti Matterella venne ucciso.

 

 

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