L’epopea di un vietnamita

Lo ricordo a Lourdes, curvo di fronte alla grotta di Bernadette, una figura fragile e nel contempo forte. Era assorto in preghiera, come se nulla esistesse attorno a lui: giovani, ceri e canti mariani. Poi ci si presentò; fece accomodare i suoi interlocutori su una panchina e ripercorse per un paio d’ore le sue vicende. Un’epopea strabiliante. Era il 1991, da poco era tornato in libertà. Ripenso a quel momento: ora basta ripercorrere la sua vita in sommi capi, e tutto è detto. Una famiglia di martiri François Xavier Nguyên Van Thuân nacque il 17 aprile 1928, a Huê, una cittadina del centro del Vietnam. Discendeva da una famiglia di martiri: nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio di sua madre erano stati arsi vivi nella parrocchia. Si era salvato solo suo nonno. Gli antenati paterni erano già stati vittime di numerose persecuzioni, tra il 1698 al 1885. Un ambiente di fede incrollabile era quello dei Van Thuân, come testimonia anche il fatto che sua nonna, ogni sera, dopo le preghiere della famiglia, recitava ancora un rosario per i sacerdoti. Sua mamma Elisabeth, poi, lo aveva educato cristianamente fin da quando era in fasce. Ogni sera gli ripeteva le storie bibliche, e gli raccontava le testimonianze dei martiri. Quando poi il figlio ven- ne arrestato, continuò a pregare perché lui restasse sempre fedele alla chiesa, perdonando i suoi aguzzini. L’11 giugno 1953 Van Thuân fu ordinato sacerdote. Studiò a Roma, prima di tornare in Vietnam come professore e poi come rettore del seminario, vicario generale e poi dal 13 aprile 1967 vescovo di Nha Trang. Fu amato e attivissimo: in quel periodo i seminaristi maggiori passarono da 42 a 147 in appena 8 anni. E quelli minori da 200 a 500. Metteva al cuore della sua azione l’insegnamento del Vaticano II, come conferma il fatto che scelse come motto episcopale Gaudium et spes, avendo come programma proprio la testimonianza cristiana nel mondo contemporaneo. Per questo da sempre si è dedicato con tutte le sue energie a rafforzare la presenza dei laici e dei giovani nella chiesa. Il 24 aprile del 1975, pochi giorni prima del’avvento del regime comunista, Paolo VI lo nominò arcivescovo coadiutore di Saigon (Hôchiminh Ville). Passarono alcune settimane ed egli fu arrestato e imprigionato. Una lunghissima notte, durata tredici anni, senza giudizio né sentenza, di cui nove trascorsi in isolamento. Ne uscì il 21 novembre 1988. Il complotto Quando il regime comunista arrivò a Saigon, fu immediatamente accusato del fatto che la sua nomina era frutto di un “complotto tra il Vaticano e gli imperialisti”. Dopo tre mesi di scaramucce e tensioni, fu convocato alla sede del presidente, al Palazzo dell’indipendenza, dove gli furono poste le manette. Erano le due del pomeriggio del 15 agosto 1975: indossava la tonaca e aveva una corona del rosario in tasca. Nonostante la situazione estremamente precaria, Van Thuân non si è mai fatto sopraffare dalla rassegnazione o dallo sconforto. Anzi, ha cercato di vivere la prigionia “colmandola di amore”, come lui stesso racconterà più tardi. Già nel mese di ottobre 1975 iniziò a redigere una serie di messaggi per la comunità cristiana. E ciò grazie a un giovanissimo cattolico, Quang, un bambino di 7 anni, che introduceva in carcere di nascosto dei piccoli pezzi di carta, che poi riportava a casa ricoperti di appunti del vescovo, dove fratelli e sorelle li ricopiavano e li diffondevano. Da questi brevi messaggi è nato il libro Il cammino della speranza. Cosa analoga avvenne nel 1980, quando si trovò recluso nella residenza obbligatoria di Giangxà: scrisse, sempre di notte e in segreto, un secondo libro, La speranza non delude, e poi un terzo: I pellegrini del cammino della speranza. Visse in seguito momenti altamente drammatici, come un viaggio su una nave con 1500 prigionieri affamati e disperati. Poco dopo cominciò il lungo periodo di isolamento. Con lui c’erano solo due guardie. Raccolse ogni pezzetto di carta che trovava e creò una minuscola Bibbia personale, sulla quale riportò più di 300 frasi del Vangelo che ricordava a memoria. Fu il suo scrigno prezioso. La celebrazione dell’eucaristia era però il momento centrale delle sue giornate. Sul palmo della mano versava tre gocce di vino e una d’acqua… Prima dell’isolamento, in carcere era riuscito persino a creare delle piccole comunità cristiane che si ritrovavano qua e là per pregare e per celebrare l’eucaristia. E la notte, quando possibile, organizzava turni di adorazione davanti al Santissimo conservato… nella carta dei pacchetti di sigarette. Le guardie e la croce L’insolito atteggiamento di attenzione e rispetto colpì non poco le guardie preposte al suo controllo, a tal punto gli chiesero di insegnare loro le lingue straniere. Dopo qualche tempo, nella prigione di Vinh Quang, chiese a un carceriere il permesso di ritagliare un pezzetto di legno a for- ma di croce. Fu accontentato, nonostante il rischio che quella guardia correva. In un’altra prigione chiese poi un pezzo di filo elettrico con cui fabbricò una catenella per conservare la sua croce al collo, sotto gli indumenti. Anche da cardinale la porterà. Poi, improvvisa, la liberazione. Al ministro dell’Interno che gli chiedeva se avesse un desiderio, mons. Van Thuân rispose: “Sono stato in prigione abbastanza a lungo – disse -, sotto tre pontefici: Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II. E sotto quattro segretari generali del partito comunista sovietico: Breznev, Andropov, Cernenko e Gorbaciov. Liberatemi subito”. La libertà Poi gli anni della libertà, in occidente, impossibilitato a tornare nel suo paese. In Vaticano ci si accorse rapidamente della sua presenza, così discreta e nello stesso tempo evidente. A Ginevra, nel 1992, fu nominato membro della Commissione cattolica internazionale per le migrazioni. Nel 1994 è stato designato vicepresidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, e dal 1998 ne diventatò il presidente. Cardinale nel concistoro del 21 febbraio 2001, era anche membro di altre congregazioni e consigli. Nel 2000 un momento commovente: fu invitato a predicare gli esercizi spirituali quaresimali a Giovanni Paolo II e alla curia romana. Il papa stesso lo invitò “a dare la sua testimonianza “. Cosa che fece. A conclusione, il papa commentò: “Testimone egli stesso della croce nei lunghi anni di carcerazione in Vietnam, ci ha raccontato frequentemente fatti ed episodi della sua sofferta prigionia, rafforzandoci così nella certezza che quando tutto crolla attorno a noi e forse anche dentro di noi, Cristo resta indefettibile nostro sostegno”. Nel corso degli stessi esercizi, evidenziò con forza la sua visione ecclesiale, risolutamente legata all’idea di chiesa-comunione. Disse in un passaggio: “Purtroppo non di rado viene a mancare nella chiesa la pienezza di comunione. E ciò è, in certo senso, peggio della persecuzione nazista o comunista, giacché si tratta di un attacco alla chiesa che viene non dall’esterno, ma dall’interno. Dove manca la comunione, in seno alla chiesa si fanno largo cellule cancerose”. Van Thuân era altresì attentissimo alle problematiche sociali ed economiche, alla giustizia. Si ricorda aquesto proposito un suo recente dialogo pubblico, molto vivace, con Bill Gates. Col focolare Van Thuân fu particolarmente vicino al Movimento dei focolari, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Da sempre attento all’emergere delle nuove realtà ecclesiali, conobbe il movimento già nel 1974. Presentando recentemente una biografia di Chiara Lubich, il cardinale così ha detto: “I pensieri della spiritualità dell’unità mi hanno accompagnato nella solitudine, quando non potevo avere niente, quando ero senza visite. E la prigione è cambiata per me, e ho avuto un nuovo sguardo per tutti gli altri prigionieri. La prigione è diventata una chiesa, la più bella cattedrale”. Ricordando poi come Chiara Lubich spiegasse come essere santi significasse semplicemente “essere Gesù”, aggiungeva: “Quando ero in prigione e non avevo libri per pregare e per meditare, questo pensiero mi aiutava, perché talvolta non arrivavo nemmeno a pregare. “Ma come fare?”, mi chiedevo. Alla fine ho preso soltanto un tema: vivere il testamento di Gesù. Mi bastava pensare: “Vivo il testamento di Gesù, cerco di essere come Gesù nel momento presente, in ogni minuto della mia vita per essere santo. È veramente un grande segreto. Non si può essere santi a intervalli, ma in ogni minuto, nel momento presente”. Aggiungeva poi, raccontando della sua vita “da focolarino”, di come avesse imitato Chiara Lubich nel dialogo interreligioso, e di come apprezzasse l’Economia di Comunione. Tornato a Roma ebbe modo finalmente di frequentare gli incontri dei vescovi amici del movimento. Sosteneva che la spiritualità dell’unità era “essenziale per il rinnovamento della chiesa”.

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