La recente visita di papa Leone XIV al Principato di Monaco, passata un po’ sotto traccia nelle cronache, o relegata a un generico appello alla destinazione universale della ricchezza, ha a mio avviso un significato più profondo che vorrei sottolineare.
Il mio punto di vista è quello di un cattolico liberale, quindi do una lettura che evidenzia alcune cose a scapito di altre, e sono consapevole che non è l’unica possibile e neppure una verità assoluta; ma ci sono alcune suggestioni che vorrei condividere .
Intanto è la prima visita di un papa al Principato nei tempi moderni. L’ultima visita che si ricorda è quella di papa Paolo III nel 1538, nonostante sia uno dei pochi Paesi al mondo, come ricorda il papa stesso nel saluto, in cui la religione cattolica è religione di Stato. Come mai questa lacuna?
Non entro negli aspetti storici: nei tempi moderni certo Monaco è identificato come luogo di benessere, patria del lusso ed anche residenza di alcuni personaggi famosi che si sottopongono in questo modo a una tassazione agevolata – citiamo Jannik Sinner, per dirne uno super-conosciuto.
Quindi un po’ come andare nella “tana del lupo”, dal punto di vista di chi vede i ricchi, usiamo il termine evangelico, come un “nemico”, una cattiva testimonianza e un ostacolo nella lotta alla tragica povertà di larga parte del mondo. Anzi, sui social molti hanno criticato il papa, e devo riconoscere che ha avuto una buona dose di coraggio nel fare questa visita.
A Monaco però c’è una tradizione cattolica importante, anche in termini solidali: per fare un esempio la Croce Rossa monegasca, il cui presidente è il re Alberto II, ha un budget annuo di circa 4 milioni di euro e ha aiutato nel 2024 circa 45.000 persone nel mondo, a fronte della popolazione del Principato di 39.000 abitanti.
Ma chi sono i ricchi? Perché, se guardiamo il tenore di vita dei nostri bisnonni, noi siamo dei nababbi: acqua calda in casa, bagno, condizionatore, uffici climatizzati, vacanze al mare e pranzi al ristorante, spostamenti in aereo… roba che neanche i nobili potevano permettersi.
L’enciclica Laborem exercens al capitolo 35 dice che «l’uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato».
Non è che, focalizzati sugli aspetti egualitari e redistributivi, abbiamo messo in ombra la capacità di creare valore, di intraprendere, che è la vocazione dell’uomo a completare la creazione di Dio, e che è stato il vero e più efficace strumento di lotta alla povertà degli ultimi 150 anni?
Significativo che il Santo Padre non demonizzi la ricchezza in quanto tale, né la capacità di crearla ma ricordi a Monaco la parabola dei talenti e affidi al Principato, «per il legame così profondo che lo unisce alla Chiesa di Roma, un impegno del tutto speciale nell’approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa e nell’elaborazione di buone pratiche nazionali e internazionali che ne manifestino la forza trasformativa. […] Grazie a una fede antica sarete così esperti delle cose nuove: non tanto inseguendo i beni che passano (…) quanto trovandovi preparati davanti a sfide senza precedenti, che si affrontano soltanto con cuore libero e con intelligenza illuminata».
Quindi imprenditori, manager, esperti di finanza, lavoratori tutti coinvolti nel proporre buone pratiche che attualizzano la Dottrina Sociale; il Santo Padre direi che non si è limitato a lasciare l’IBAN per ricevere eventuali offerte, ma ha fatto molto di più, e tra poco partirà per l’Africa.
Un’apertura e una fiducia che ricordano la visione laica di Einaudi: «Il reddito non nasce da sé. Non aumenta per virtù spontanea […]. Occorre che qualcuno – e questo qualcuno noi economisti abbiamo l’abitudine di chiamarlo imprenditore – combini, faccia funzionare tutti questi elementi dispersi e disgregati. La produzione […] la quale consiste nel far funzionare e cooperare insieme ciò che per sé stesso è diviso, non è un fatto materiale, è invece soprattutto un fatto spirituale» (Il giornale d’Italia, 22 agosto 1943).
Ma tutto quel lusso… sento già le critiche… è uno scandalo di fronte ai poveri. Sicuramente la sobrietà è un valore, ma credo che il desiderio di bellezza, di arte, di perfezione tecnica non possa di per sé essere condannato e personalmente ho visto a quante famiglie dà lavoro un cantiere che produce yacht.
È la stessa critica che faceva Giuda Iscariota a Maria di Betania, che cosparge i piedi di Gesù di olio profumato e di «vero nardo, assai prezioso»: quell’olio va venduto e dato ai poveri, è uno spreco. L’evangelista con una punta di cattiveria ricorda che lo diceva non per altruismo ma perchè era ladro e teneva la cassa. In ogni modo, Gesù non condanna il piccolo lusso di Maria usato per onorare l’ospite: «i poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». ( Gv 12, 1-8).
Un momento importante la visita del Santo Padre, un entrare nella complessità della natura e delle azioni umane oltre i facili slogan e le ideologie, per mobilitare tutti verso un mondo migliore.
