L’enfant

Con questo film, realista ma non esasperato, i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne hanno riconquistato la Palma d’Oro a Cannes, come già accadde con Rosetta sei anni fa. L’opera mostra la vita impoverita di giovani emarginati nei quartieri operai di una metropoli europea (Bruxelles). La presenta con lo stile documentaristico, essenziale e coerente al tema trattato, caratteristico dei due registi. Le riprese con camera in spalla, la rinuncia alla musica nella colonna sonora, il rispetto dei tempi morti e l’ambientazione nelle strade sono, tutti, elementi che contribuiscono a rappresentare una realtà dura e ordinaria, non addolcita da accorgimenti estetici. La trama è semplice: un giovane di vent’anni è normale nell’aspetto, ma assai immaturo. Vive di espedienti, scippando i passanti con l’aiuto di due ragazzi, e dorme dove capita. Tenta, addirittura, di vendere il figlio appena nato, attirandosi l’inimicizia della compagna. I Dardenne hanno voluto che l’interpretazione dei due protagonisti apparisse meno recitata possibile. Essa è valida, perché permette di assistere ad una lenta evoluzione del dramma. Lo sconcerto, che si prova inizialmente, per la superficialità estrema del giovane, un po’ alla volta lascia spazio alla comprensione per il suo stato. È con gioia che lo vediamo ricercare il neonato venduto e, più tardi, soccorrere il ladro bambino intirizzito, consegnandosi alla polizia per scagionarlo. Nell’ultima scena, il pianto prolungato dimostra che egli, finalmente, è rimasto toccato in profondità. Costretto dalle disavventure a riconoscere l’amara verità sui propri errori, supera l’irresponsabilità iniziale. La differenza tra lui e i teppisti che lo ricattano, morti dentro, diventa la cosa più importante del film ed elemento di riflessione, davvero attuale. Regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne; con Jérémie Renier, Deborah Francois.

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