L’enciclica di Edgar Morin

La lettura dell’ultimo libro dell’anziano uomo di cultura francese svela parallelismi costanti con l’ultima fatica di papa Francesco, “Fratelli tutti”. Da una prospettiva laica

Edgar Morin è una delle figure più note e riconosciute della cultura europea e mondiale. Il nome è lo pseudonimo di Edgar Nahoum, nato a Parigi nel 1921 (quasi centenario, quindi) da una famiglia ebrea safardita di origini livornesi, con tappa a Salonicco. Sociologo, filosofo, epistemologo, Morin è noto per l’approccio transdisciplinare con il quale ha trattato un’amplissima gamma di argomenti. Negli ultimi anni, con un passato di socialismo e comunismo alle spalle, si è accostato a tematiche altamente umaniste, tra cui la fraternità, cui nel 2019 ha dedicato uno dei suoi libretti. Ora pubblica Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus, per i tipi di Raffaello Cortina Editore.

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La lettura del libretto, lungo più o meno quanto l’ultima enciclica di papa Francesco Fratelli tutti, appare in realtà una lettura laica del presente, ma con una gran quantità di punti di contatto con la proposta bergogliana. Innanzitutto va sottolineato il tono del libro, certamente critico nei confronti della società attuale e delle sue crisi che datano a ben prima del Covid-19, crisi di senso e di relazioni. Basti leggere alcuni passaggi di Morin per rendersi conto di quanto la sua analisi dell’oggi si avvicini a quella di Francesco: «La radicale novità del Covid-19 sta nel fatto che è all’origine di una megacrisi, composta dall’insieme di crisi politiche, economiche, sociali, ecologiche, nazionali, planetarie che si sovrappongono le une alle altre» (p. 23). Al punto da proporre un «cambiamento di paradigma», cioè «un processo lungo e difficile che si scontra con le enormi resistenze delle strutture e delle mentalità vigenti» (p. 24). E ancora: «È emerso chiaramente che la globalizzazione, poiché essenzialmente tecno-economica, aveva creato una generale interdipendenza priva di solidarietà» (p. 50).

Morin dapprima analizza la situazione globale, poi avanza le sue proposte, come fa Francesco. E come Francesco parte da una critica feroce al “paradigma tecnocratico” (espressione di Bergoglio) che ha lasciato il mondo stremato, sul bordo del collasso. È una critica violenta al capitalismo selvaggio, quella di Morin, a quella società che non sa tener conto dei suoi membri più deboli. Critica quindi fortemente anche il mondo digitale, in particolare quello dei social, analogamente a quanto fatto da Francesco nella Fratelli tutti. Per propugnare una società più fraterna, in cui «l’homo complexus» di questo inizio millennio (p. 106) possa incontrare una via nuova, più che una rivoluzione (p. 67), una via de-ideologizzata, una via verso la «vita vera» (p. 94), in cui la persona umana possa cercare la felicità. Sapendo che la politica deve limitarsi a «eliminare le cause pubbliche dell’infelicità» (p. 93). Una politica che deve essere planetaria, perché ormai le sfide sono globali.

A questo punto Morin cerca di fondare una tale ricerca di solidarietà, fraternità, reciprocità e umanesimo sincero su una laicità onesta e aperta, senza mai sconfinare apertamente nella fede, ma come tratteggiandone il bisogno. Parla di «unire ragione e passione», di ricercare «la nostra specificità spirituale» (p. 106), di attuare una «rivitalizzazione etica» (p. 107) che valorizzi nel contempo l’unità e la diversità: «L’umanesimo rigenerato non si limita a riconoscere l’unità umana, ma collega l’unità con la diversità umana» (p. 108). Qui sta comunque la diversità tra Francesco e Morin, perché la visione del papa è chiaramente cristiana, religiosa nel senso più profondo del termine. Scrive ancora Morin: «Ma ancora di più: la ragione sensibile deve integrare in sé l’amore. L’amore deve costituire una componente della razionalità complessa» (p. 109). La via è il passaggio da un piano meramente individuale a uno invece collettivo, comunitario: «L’umanesimo deve assumere consapevolmente la grande aspirazione che attraversa l’intera storia dell’umanità, tanto più che le comunità tendono a soffocare gli individui, che l’individualismo tende a disintegrare la comunità: esso deve realizzare l’Io nella realizzazione del Noi» (p. 114).

La conclusione è una sorta di preghiera laica, in cui Morin propone i suoi «princìpi-speranza» (p. 116): il sorgere dell’improbabile, il principio di rigenerazione, il fatto che dove c’è il pericolo c’è anche un principio di salvezza, e infine «l’aspirazione millenaria dell’umanità a un’altra vita e a un altro mondo» (p. 117).

Un libro da leggere.

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