L’emendamento della discordia

Gli ultimi eventi sulla scena politica hanno fatto registrare la rottura del dialogo o, meglio, di quel clima di reciproco affidamento che, seppur a fatica, maggioranza e opposizione stavano coltivando per prepararsi ad affrontare con condivisione le scelte più importanti per il Paese. Pomo della discordia, un emendamento. Siamo al Senato, per la conversione in legge del decretolegge sicurezza; le commissioni congiunte Affari costituzionali e Giustizia hanno concluso i lavori: il testo è stato passato al setaccio e i due presidenti hanno svolto il loro compito con scrupolo, valutando gli emendamenti proposti dall’opposizione, alcuni dei quali recepiti; altri, i più, ritenuti inammissibili, poiché il decreto deve avere come caratteristiche una sola materia trattata (la sicurezza), la necessità e l’urgenza. Le altre commissioni hanno già espresso il loro parere di competenza. Si va quindi in aula con il testo già delineato per approvare in via definitiva le modifiche. Ma ecco che i presidenti depositano un ulteriore emendamento, che immette un elemento nuovo rispetto a quanto discusso sino ad allora. La novità prevede la sospensione per un anno di tutti i processi penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell’udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado. L’esercizio del potere giudiziario è, come noto, il punto di rottura tra diverse sensibilità (e magari suscettibilità) di centrodestra e di centrosinistra. Così, i senatori del maggior partito di opposizione hanno avuto il destro per insorgere fino al gesto forte dell’abbandono dell’aula al momento del voto; il leader del Pd ha poi parlato di rottura della tela del dialogo. Avevamo plaudito, a determinate condizioni, al nuovo corso di rapporti tra maggioranza e opposizione. Quanto accaduto sinceramente dispiace, sia se lo osserviamo dal punto di vista della maggioranza (che lamenta la reazione plateale dell’opposizione), sia da parte di quest’ultima (per quello che viene chiamato colpo di mano nei confronti del potere giudiziario). La vicenda va oltre la dialettica politica per invadere il terreno istituzionale, quello spazio delicatissimo dove più di ogni altra cosa devono valere le regole del gioco. E queste di per sé non lascerebbero troppo spazio al metodo di legiferare per emendamenti durante la conversione dei decreti-legge, sintomo di un ribaltamento delle funzioni del potere legislativo (proprie del parlamento) e di quello esecutivo (proprie del governo). Ne riparleremo. Intanto, non cessiamo di ribadire quanto sia indispensabile il dialogo, che riteniamo sempre possibile seppur necessariamente inquadrato nelle regole istituzionali (che non sono semplice galateo). Ciascuna parte apra sinceramente uno spazio alle esigenze dell’altro, per quanto distanti siano, in nome della tenuta democratica e della vitalità delle istituzioni. Poi, ogni riforma sarà possibile.

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