L’ego dei presentatori

Il narcisismo è tipico di chi spesso appare in pubblico, in tv o al cinema. Perché?
Televisione
La tv è il moderno specchio di Narciso. Uno schermo, a volte piatto, che riflette l’ego dei conduttori nello spazio catodico. È un narcisismo tipico, non di tutti e senza superficiali generalizzazioni, di altri mestieri sottoposti all’esposizione mediatica della propria immagine: registi, attori, giornalisti, politici. Ci guida nella riflessione il nostro collaboratore Ezio Aceti, psicologo e psicoterapeuta.

 

Quali sono i meccanismi psicologici che innestano un comportamento narcisistico?

«Quando si appare in televisione avviene una sorta di regressione psicologica a uno stadio infantile. Regredire vuol dire che le emozioni hanno il sopravvento sulle proprie capacità cognitive, mettendo in moto un meccanismo indipendente dalla personalità del conduttore. La grande paura è quella di perdere sé stessi. Se si avverte una persona che non ti apprezza, si reagisce emotivamente, aggredendo e dando la colpa all’altro come fanno i bambini piccoli. Oppure mettendo in mostra tutti i propri aspetti positivi, esaltandoli. Praticamente i due canoni di giudizio oggettivo e di critica vengono alterati».

 

Ossequioso con le autorità e arrogante con i più deboli sono altre caratteristiche di alcuni conduttori televisivi…

«Chi ha autorità sui conduttori li conferma non solo nel loro ruolo, ma anche come persone. Verso il boss ogni conduttore cercherà di presentare un’immagine di sé positiva. Chi non ha un ruolo di responsabilità, invece, diventa il capro espiatorio su cui i conduttori proiettano la loro ansia per il proprio ruolo. Per fare questo mestiere, infatti, occorre essere delle persone molto mature perché – sia detto in termini clinici – significa saper gestire varie ansie: ansia del momento, della velocità, dell’imprevisto».

 

Karl Popper proponeva una pa-tente per chi fa tv. Lei, invece, uno psicologo. Perché?

«Qualsiasi azienda si serve di uno psicologo del lavoro prima di assumere un operaio, un impiegato o un dirigente. La stessa cosa bisogna fare in tv e un presentatore dovrebbe essere valutato da uno psicologo non solo per le sue capacità cognitive, ma anche per come sa gestire sé stesso e le proprie emozioni.

«Del resto oggi in tutta la società c’è un rilevante scarto tra la capacità cognitiva e la capacità emotiva. Abbiamo giovani che cognitivamente sono grandi, ma emotivamente sono piccoli. Così anche alcuni presentatori sono capaci di fare grandi discorsi, ma sono un disastro nei rapporti umani».

 

Quali sono, secondo lei, le qualità di un bravo presentatore?

«Scomparire per far apparire l’idea di chi parla e guidare l’idea affinché sia sempre più chiara e pertinente per i telespettatori. L’ospite, così, non è manipolato».

 

Come giudica dal punto di vista psicologico i programmi e i generi televisivi che hanno alti indici di ascolto? “Uomini e donne”, per esempio.

«Catturano l’attenzione perché hanno due caratteristiche: lavorano sulle emozioni e sulla spettacolarizzazione dell’intimità personale. Pascal diceva: “L’uomo è una bestia ed è un angelo”. In questi programmi vien fuori la parte più fragile dell’uomo; il pubblico vi si identifica e si sente protagonista. Sempre Pascal aggiungeva: “L’uomo deve, però, tendere ad essere sempre più angelo”. Se noi, infatti, descriviamo tutti i nostri vizi e difetti ci distruggiamo con l’atteggiamento depressivo tipico della nostra società. Le persone rimangono scontente, tese, ma diventano dipendenti. Ne fanno le spese le categorie più fragili: bambini e adolescenti. Una trasmissione può partire dalle fragilità umane, inserendo però di proposito degli elementi positivi e di speranza. »

 

Perché la vigilanza critica di fronte al linguaggio televisivo è in genere piuttosto scarsa?

«Prima di criticare devo sapere gestire le emozioni veicolate dalla tv perché altrimenti non sono neanche capace di giudicarle. Tre proposte concrete. La prima: educazione alle emozioni in tutte le scuole materne ed elementari. La seconda: educazione all’ascolto. Per poter criticare devo saper andare in profondità e saper ascoltare; altrimenti il mio è un giudizio sterile, superficiale. Terzo aspetto: educazione alle relazioni. Criticare qualcuno significa sapersi mettere nei suoi panni».

 

Quale dovrebbe essere la corretta relazione tra l’io e il noi?

«L’essere umano è relazione. Il vero sé deve tener conto anche dell’altro. Sono contento di me nella misura in cui do il meglio di me, ma faccio in modo che anche gli altri diano il meglio di sé. Essere corretti nel rapporto con l’altro non è solo un discorso educativo ma anche un fatto di intelligenza, perché se riesco a stimolare nell’altro le risposte più positive e a suscitare in lui il bene realizzo l’altro, ma anche me stesso perché noi siamo relazione».

 

E il futuro?

«Una volta in tv c’erano solo le idee, oggi solo le emozioni. Bisogna arrivare all’emozione che diventa nutrimento culturale. Il cognitivo e l’emotivo insieme. È il futuro».

 

a cura di Gabriele Amenta

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