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Italia > Politica

Legge elettorale, abbiamo un problema

di Silvio Minnetti

Il testo presentato dal governo Meloni, in nome della stabilità, punta al premierato tra eccessivi premi di maggioranza e liste bloccate. I margini possibili per le correzioni nella discussione alle Camere per evitare un giudizio di incostituzionalità successivo alle prossime votazioni

ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

La proposta di una nuova legge elettorale della maggioranza si inserisce in un più ampio disegno di revisione della Costituzione portato avanti in questa legislatura. Da un lato la separazione delle carriere dei magistrati e lo sdoppiamento del CSM modificando 7 articoli, oggetto del referendum del 22-23 marzo; dall’altro la riforma del cosiddetto “premierato” che modifica l’impianto della Repubblica parlamentare e i rapporti con il presidente della Repubblica, già approvata da un ramo del Parlamento nel 2024. Il valore dominante in questi provvedimenti è la stabilità di governo intorno alla figura del premier eletto, indicato nel programma della coalizione. Si tratta di un netto premio di governabilità con 70 deputati e 35 senatori alla coalizione che prende un voto in più superando il 40%.
È un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza. La legge elettorale vigente, il Rosatellum, è un sistema misto con il 37% di collegi uninominali, che solo con la divisione del centrosinistra nel 2022 ha consentito l’affermazione del Governo Meloni. Si vuole una legge elettorale che consenta alle politiche del 2027 un vincitore certo, dato che si presume questa volta una qualche alleanza elettorale di quasi tutto il campo progressista e riformista in alternativa all’attuale Governo.
Cosa succede se nessuna coalizione arriva alla soglia del 40%? Se ci sono due coalizioni tra il 35 ed il 40%, ottiene il premio chi vince al ballottaggio. Se però nessuna coalizione raggiunge questa soglia o anche se lo fa solo una, il ballottaggio sparisce e l’assegnazione di tutti i seggi viene fatta con il proporzionale. E così la governabilità, che è l’ispirazione di questa legge, si smarrisce. Tra l’altro viene lasciato spazio, con lo sbarramento al 3%, a terze forze che puntano a non far scattare il premio per svolgere un qualche ruolo politico nella formazione dei governi. È un sistema in cui la governabilità è garantita da una coalizione che vince con almeno il 40% dei voti. Da notare che con solo il 40% dei voti o poco più la maggioranza sarebbe risicata e con poca stabilità.
La critica principale riguarda le liste bloccate che allontanano gli elettori dalle urne. Stupisce l’assenza del voto di preferenza in passato sostenuto dalla presidente del Consiglio. Non si coglie l’occasione del voto ai fuori sede che porterebbe alle urne milioni di persone, che si perdono nel notevole astensionismo. Le opposizioni lamentano di non essere state coinvolte nel cambiamento delle regole del comune gioco elettorale e che l’elevato premio di maggioranza tende in realtà anche ad eleggere da soli il presidente della Repubblica e i giudici costituzionali.
Marco Iasevoli su Avvenire del 27 febbraio vede in questa riforma il nodo delle preferenze e gli spazi di voto a scelta ridotta. In sostanza, «eliminare anche i collegi uninominali dalla già blindatissima legge elettorale in vigore, e dividere l’Italia unicamente in collegi plurinominali in cui gareggiano ” listini bloccati” cancellerebbe le ultime opzioni di scelta rimaste nelle mani dei cittadini».

È vero che si tratta solo di una base di partenza, ma preoccupa il fatto che la riforma sia stata pensata in tal modo dalle forze di maggioranza. È stata eliminata ogni possibilità di scelta degli elettori. Tutto viene deciso dalle segreterie dei partiti scomparendo i collegi uninominali. È giusto attendersi emendamenti, annunciati da FdI, per le preferenze nei collegi proporzionali. In tal modo i cittadini potrebbero partecipare alla scelta di chi mandare in Parlamento, tra quelli proposti dai listini di partito.
Bisogna considerare poi il rischio di incostituzionalità dell’altissimo premio di maggioranza alla coalizione che supera solo il 40% dei voti. Con questa bassa percentuale si va a condizionare la scelta condivisa delle figure di garanzia tra maggioranza e opposizione.
In conclusione, la forza della matita degli elettori in cabina viene ridotta al massimo con il rischio di aggravare l’astensionismo. Sembra che i partiti vogliano giocarsi tutto in proprio. Tentazione per entrambi gli schieramenti al di là di promesse sul voto online e primarie. Si sperava invece che dopo il pastrocchio del Porcellum si arrivasse a definire nuove norme in grado di farla finita con il privilegio dei capi dei partiti di nominare pattuglie di fedelissimi parlamentari, cerchi magici, giocando su collegi sicuri e catapultando candidati non espressione del territorio.

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