Le vittime non contate

Recensione al libro di Mario Calabresi: Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Copertina"Spingendo la notte più in là"

Spingendo la notte più in là: la storia di Gemma Calabresi, di Mario, Paolo e Luigi, insieme a quella di molte altre famiglie venne modificata per sempre. Se alcune targhe ricordo, l’intitolazione di istituti, strade, piazze a volte fanno riferimento alla preziosa testimonianza di chi il tributo di sangue lo ha pagato, spesso l’oblio avvolge la storia di chi resta, di chi intraprende quella lunga e dolorosa strada del ricominciare che non tutti riescono a percorrere, laddove le domande sono troppe, le sfide ardue e la forza non di rado insufficiente. Le vittime del terrorismo, in quegli anni di piombo, furono molte più di quante lo Stato e la società hanno avuto il coraggio di ammettere. Hanno i nomi di tutte quelle mogli, di tutti quei figli che non sono riusciti a ripartire, a ritrovare fiducia nel futuro ed in una società che li ha privati non solo degli affetti primari ma della speranza in un domani.

Sono queste caratteristiche e questi sentimenti che rendono preziosa la testimonianza del volume Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo, scritto da Mario Calabresi, affermato giornalista ed attuale direttore del quotidiano «La Stampa», figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso il 17 maggio 1972 al culmine di una delle tante crisi che segnarono i cosiddetti “anni di piombo”. Quegli anni tra fine ’60 e inizio anni ’80 del Novecento, furono il frutto avvelenato di una violenza ideologica, di una contrapposizione sociale che non seppe limitarsi al confronto anche duro di posizioni diverse e logiche d’appartenenza, ma lasciò spazio alla violenza armata in un’assenza di adesione alla realtà che non solo smise di garantire le tutele democratiche, ma inevitabilmente bandì anche il buonsenso insieme alle regole della convivenza.

Quel delitto non costituiva la prima “condanna a morte” (e non sarebbe stata l’ultima) tra quelle decretate da gruppi estremisti nel pensiero e nella prassi, che per anni apparvero alla stregua di un collegio giudicante, staccato dal mondo che intendevano rappresentare, quello del lavoro con i suoi diritti e le sue rivendicazioni. Tale stato di cose perpetuava la coesistenza in Italia di differenti società, diverse sensibilità, diversi approcci risolutivi. Quando lo Stato mostrava tentennamenti, debolezze, parlavano le armi, come una sentenza inappellabile. E spesso chi ci rimise la vita furono quei servitori dello Stato che ne rappresentavano gli impulsi positivi e le sane aspirazioni, coloro che avevano lavorato per edificare ponti e per mostrare cosa ci fosse oltre le barricate, oltre i radicalismi. Spesso lo fecero da soli, con il loro senso di giustizia e i propri valori. Perché i terroristi mai uccisero persone qualsiasi; puntarono a personaggi come il commissario Calabresi, che nel pieno della tensione, all’apice della situazione di rischio per la propria vita, riconsegnò la sua pistola d’ordinanza rispondendo alla moglie sorpresa per quel gesto: «Non voglio prendermi la responsabilità di aver ammazzato qualcuno…».

Perché il commissario Calabresi era anche un marito, un padre ed il libro, con delicatezza, con acutezza ricostruisce cosa possa aver significato per una famiglia gestire un dolore così profondo, così inspiegabile, ripartire alla ricerca ed al consolidamento di una serenità che ti permetta di continuare a far vivere le qualità di chi ti lascia, ma anche sviluppare le proprie, per non farsi defraudare del futuro con tutte le sue potenzialità. In questo senso appare paradigmatico uno stralcio di telefonata tra madre e figlio, che riferisce del coraggio e della forza di andare avanti. Scrive Calabresi: «Ma come hai fatto? Le chiedo. Ho scommesso sulla vita, cos’altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall’accidia, dall’odio, dalla condanna a essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la loro cultura della morte».

Ecco la scintilla; ecco ciò che ha reso possibile e sopportabile il silenzio delle istituzioni, le dimenticanze, o peggio, gli errori grossolani di tanta pubblicistica e della contrapposizione politica, che spesso ancora oggi non riesce a pacificare la memoria. Già, la memoria: requisito indispensabile per mantenere saldi i principi di veridicità ed onestà. In uno dei passaggi più toccanti del libro, si racconta della mattina del 14 maggio 2004, quella della consegna delle medaglie al valore per le vittime del terrorismo. In quell’occasione il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, pronuncia parole dal significato assoluto. Riporta Calabresi: «Il Presidente scherza, sorride, si emoziona. Quando arriva il nostro turno ci chiede di raccontare, poi si fa serio, allunga la mano e accarezza la faccia di mia madre e le dice le parole che lei aspettava da una vita, già rassegnata a non sentirle mai: “Abbiamo ritrovato la memoria… È un onore per me consegnarle questa medaglia, anche se tutto ciò accade in grande ritardo”. Non l’ho mai vista così serena».

Pur nelle difficoltà quotidiane, la storia dei Calabresi appare come un faro di luce. Anche quando Mario ricorda: «(…) Penso che voltare pagina si possa e si debba fare, ma la prima cosa da ricordare è che ogni pagina ha due facciate e non ci si può preoccupare di leggerne una sola, quella dei terroristi e degli stragisti, bisogna preoccuparsi innanzitutto dell’altra: farsi carico delle vittime». Ed ecco nel volume le testimonianze che riportano storie positive o difficili anche di tanti altri (la figlia di Antonio Custra, di Luigi Marangoni, il figlio di Emilio Alessandrini, la moglie di Ezio Tarantelli, per esempio), obbligati improvvisamente ad affrontare una disgrazia dalla dimensione privata e pubblica, laddove nulla può confutare la convinzione che la storia di uno Stato appartiene a tutti, deve essere patrimonio di tutti.

Porsi di fronte all’argomento con atteggiamento aperto, col desiderio di conoscere i fatti e penetrare senza paura nel dolore delle vittime, nei silenzi e nei segreti di Stato, nella doverosa conservazione della memoria, ci farà persone più attente e cittadini migliori, potrà far crescere un’opinione pubblica non solo orientata ad una maggiore conoscenza, ma sinceramente propensa alla condivisione, al guardare con fiducia fuori dal proprio micro-mondo. Ci sono fratture, divisioni e dolori nella nostra società che aspettano proprio questo.

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