Le vittime di Utoya

La sentenza riconosce per fortuna la lucidità mentale di Breivik. La responsabilità, la colpa, il perdono.
Anders Breivik al processo

Il 22 luglio 2011 si compie la strage di Utoya in Norvegia. Anders Breivik, estremista neonazista, raggiunge quest’isola e nel tempo di un’ora uccide 69 persone, in maggioranza ragazzi. Il 25 agosto 2012 il tribunale, a conclusione del processo, ha condannato Anders Breivik a 21 anni di carcere (in Norvegia non esiste l’ergastolo), che è il massimo della pena, dichiarando la piena lucidità mentale dell’assassino: «Breivik non è uno psicotico, non mostra sintomi di schizofrenia, al contrario è una personalità socialista e antisociale». La sua ideologia malvagia, non la follia, lo ha condotto a compiere questo gesto. Dice ancora la sentenza: «Gli essere umani non sono buoni o cattivi, ma sono in grado di scegliere tra azioni buone e cattive. Esiste la libertà di scelta. E Breivik ha scelto il male».

L’avvocato del comitato “22 Luglio”, che raccoglie i parenti delle vittime, ha così commentato: «Quello che forse lontano da qui non si capisce è che per noi era importante il riconoscimento del principio di piena responsabilità. Breivik era consapevole delle conseguenze della sua ideologia paranazista, contro la società multietnica e gli immigrati musulmani. La sentenza allevia il dolore e cominceremo a metterci alle spalle la tragedia».
Uno dei feriti ha detto: «Dobbiamo andare avanti piano piano. E ora mi voglio soltanto abbandonare al risultato del processo. È stato un verdetto che protegge al meglio la nostra società da un individuo come Breivik e dal suo odioso progetto politico».
 
Mi è venuto in mente don Lorenzo Milani, che nella lettera ai giudici del 1965 così argomenta: «A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile, perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto, perché non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani… e che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».
C’è un filo che unisce le parole del priore di Barbiana a quelle della sentenza. Solo sulla responsabilità si può costruire una società mite e non violenta. Questo però significa anche riconoscere che, se c’è la responsabilità del bene, c’è anche la responsabilità del male, del Grande Male, come ha scritto con grande saggezza Adriano Sofri su La Repubblica il 25 agosto.

Durante la commissione “Verità e riconciliazione”, in Sud Africa, è stato evidente che le vittime nell’incontro e nella confessione dei carnefici ritrovavano una loro dignità, perché il loro sfiguramento veniva riconosciuto e assunto dalla testimonianza di chi lo aveva compiuto. La pietra angolare della riconciliazione poggiava sull’assunzione di responsabilità di tutti e di ciascuno e creava le condizioni di un nuovo incontro e di una nuova solidarietà civile.
Tutto questo significa che se è accaduto può ancora accadere, perché ciascuno può scegliere in ogni momento l’azione buona, ma anche cattiva e farlo in perfetta coscienza. La responsabilità domanda una grande e costante vigilanza civile, senza la quale il mai più può diventare retorica.
 
Mi sono anche domandato che rapporto c’è tra la tragedia in Norvegia e la preghiera di Gesù sulla croce: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno». Breivik sapeva quello che faceva e lo ha voluto fare, uccidendo una persona al minuto per più di un’ora. Si potrebbe dire che per lui non c’è e non ci sarà perdono, ma in realtà la scelta delle vittime e dei loro parenti di non chiedere vendetta, ma una giustizia nel segno della responsabilità e della mitezza, ha molto a che fare con le parole di Gesù. Di fronte alla potenza della violenza che uccide si pone la debolezza del diritto mite e responsabile, che unisce la società molto di più della vendetta e del rancore.
Breivik è perfettamente consapevole di quello che ha fatto, come hanno dichiarato i giudici, ma al tempo stesso non sa che l’amore è più forte della morte, che il dono senza limiti (il per-dono) edifica più di quanto possa distruggere la violenza delle violenze, che il perdono, che Dio dona misteriosamente attraverso le vittime, copre la più efferata delle stragi.
Breivik ha ritenuto di sapere l’arte di uccidere. I 21 anni della sua pena sono il tempo che la comunità delle vittime di Utoya gli ha dato per imparare l’arte di essere perdonati e di perdonare. Nel tempo della storia non ci sono isole felici, neanche la Norvegia, che per tanti versi è molto più avanti di noi, ma nel tempo della storia si può passare dalle azioni cattive alle azioni buone, grazie alla forza creatrice del perdono e della mitezza.
La sentenza dei giudici norvegesi dice semplicemente che questo è possibile. E dunque grazie a questo ha dato pace a una comunità ferita nelle sue fibre più profonde e intime.
 
L'Autore è consigliere del presidente della Regione Toscana per la pace, la cooperazione e i diritti dei disabili.

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