Le stagioni secondo Rigoni Stern

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Ho appena finito di leggere Stagioni, l’ultimo libro di Mario Rigoni Stern edito da Einaudi, e neanche stavolta sono rimasto deluso da questo grande – grande per modestia e per arte narrativa. Come con ogni altra sua opera ho sperimentato l’immersione in ciò che è veramente umano, una ricarica di poesia, di bellezza, nonché di speranza. Proprio così: anche se lui non dà ricette di come raggiungere la felicità o essere migliori, come tanti facili manuali oggi in circolazione. Fatto sta che, man mano che scorrevo le pagine, qualcosa insensibilmente cambiava in me, e in meglio, come per trasfusione di sangue in un organismo anemico. In questi tempi in cui la natura è pesantemente attaccata dalla sconsideratezza umana e gli stessi cicli climatici sembrano sconvolti, quasi per reazione Rigoni Stern torna ai suoi temi prediletti, rievocando – è o no il poeta della memoria? – grandi avvenimenti della storia e piccole vicende personali, antiche tradizioni ed incontri con personaggi umani o del bosco attraverso il ciclo vitale delle stagioni, in un continuo riandare dal passato al presente e viceversa, seguendo le riflessioni del momento. Suddiviso in quattro capitoli quante sono appunto le stagioni, il libro ripropone con prosa limpida, onesta e plastica i ritmi della natura e le vicende umane da essi condizionati, ristabilendo a suo modo l’ordine inscritto nella creazione: ordine liberante, attenendosi al quale l’uomo ritrova veramente sé stesso e l’armonia con gli altri esseri. Viene in mente il racconto del Genesi, scandito dalle osservazioni dell’autore sacro: …e Dio vide che era cosa buona. Sì, anche per Mario Rigoni Stern ogni cosa esistente è buona, ognuna ha pari dignità, perché creata da quel Dio che egli, per pudore, non nomina invano. Raggiungo telefonicamente lo scrittore nella sua casa di Asiago per una breve, cordiale intervista. Nonostante l’età, 86 anni, la voce è ancora gagliarda. Del resto, so che fa ancora escursioni in montagna e cura personalmente il suo orto. Quale la genesi di questo suo nuovo libro? Roberto Cerati, presidente dell’Einaudi, dopo aver letto qualche mio breve pezzo non ricordo se sull’autunno o l’inverno, mi ha spinto a riprendere l’idea e a svilupparla con un libro in cui raccontare di me, le stagioni della mia vita in riferimento a quelle climatiche. In principio ero piuttosto scettico e quasi non volevo, ma poi mi son messo e ho preso gusto… anche se non tutte sono allegre le storie che racconto, come lei avrà letto. Immagino che avrà ricevuto tanti positivi riscontri… Oltre ogni aspettativa, e questo mi ha stupito. Non pensavo che un libretto di appena centoquaranta pagine trovasse così tanti estimatori: vuol dire che la gente ha bisogno di leggere qualcos’altro che non certe sciocchezze che si continuano a scrivere…. Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita: così l’incipit del suo libro. È per questo che ha scelto di iniziarlo proprio con la stagione fredda? Beh, i miei ricordi più remoti hanno attinenza con l’inverno. Ero nella culla e vedevo luccicare alla fiamma della stufa che mia madre accendeva in camera le pareti su cui si era addensata la brina e i vetri della finestra diventati lastre di ghiaccio… Doveva essere un inverno molto freddo quello, da superare i 30 sottozero. Ricordo anche il lumino che sempre lei mi accendeva sul comodino e il presepio di Natale. Sono questi i miei primi ricordi d’infanzia. L’inverno poi lo ricordo non soltanto per via delle gare di sci, ma anche per la ritirata in Russia e la prigionia. È stata per me la stagione più tenera e drammatica. Lei ha uno sguardo benigno che sa vedere il bello anche quando tratta di argomenti dolorosi: li trasfigura in qualcosa che non lascia un sapore d’amaro ma apre comunque alla speranza… Sarebbe ben triste la vita se non ci fosse la speranza… Vede, le brutture e le cattiverie dell’uomo io le ho viste e subite. Però il sorriso di un bambino, un’alba, una pioggia di primavera, un prato fiorito, anche una buona lettura o l’azione più semplice come, non so, un buongiorno detto da uno mentre stai passando un momento triste, malgrado tutto ti danno speranza. Ho letto da qualche parte questa sua affermazione: Scrivo soltanto quando ho qualcosa da dire. Questo sarebbe un utile insegnamento per tanti, oggi, che scrivono di tutto e a vanvera. Stavolta cosa si è proposto di dire in particolare? Guardi, io cerco di fare un po’ di compagnia alla gente con quello che ho visto e vissuto. Non mi propongo di lanciare messaggi o di affrontare problematiche (tutte parole che non amo). Vorrei che la gente si guardasse un po’ intorno e riflettesse su qualcosa. Lei è tradotto anche in Paesi di culture totalmente differenti dalla nostra. Come lo spiega? Beh, in effetti ho tanti lettori affezionati in Giappone…. Probabilmente questo popolo così sensibile alla natura e ai valori spirituali si ritrova in ciò che lei scrive… La ringrazio molto. Ha un indirizzo di posta elettronica dove inviarle l’articolo appena pronto? Non ho né posta elettronica, né computer; scrivo a mano con la penna stilografica e quando è senza inchiostro la ricarico. Può spedirmi però il testo via fax. Eh può darsi, può darsi…. Farò così senz’altro. La ringrazio ancora. Ringrazio io lei… e buona primavera! .

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