Le smanie – le voci di dentro

Nel gran fare e disfare e rifare i bagagli, per le bizze di innamorati che coinvolgono nobili, servi e parassiti, assistiamo ai frenetici preparativi di una villeggiatura continuamente a rischio. Per quella irrinunciabile voglia di mondanità ed esibizionismo, per essere alla moda. Questi forzati delle vacanze, ossessione tutta moderna dello status symbol, tra liti, rivalità e ipocrisie, manifestano quella malattia della società tra l’essere e l’apparire, devastante allora come oggi. Lontano dal settecentismo di maniera, o dalla malinconia cecoviana di tante edizioni, ecco un Goldoni tutto nervi e comicità nella bellissima rielaborazione delle Smanie della villeggiatura delle compagnie Diablogues e Le Belle Bandiere, ovvero Enzo Rendano e Stefano Randisi, e Marco Sgrosso ed Elena Bucci. Bravissimi. Divertentissimi. A contraddistinguere questo quartetto di attori e registi insieme, che vestono vari ruoli, è un’intelligenza creativa che li fa capaci di affrontare un capolavoro del teatro all’antica italiana con i modi della ricerca teatrale. Enucleando della vicenda alcuni snodi sostanziali, immaginando personaggi, evocando ambienti, si gioca ad incastri e rovesciamenti con freschezza e modernità scenica. Per dire e dare quel senso di vuoto nella turbinosa giostra dell’inutile. Non servono apparati se non quattro sedie coperte da candide stoffe. E il gioco è fatto. Incalzante e grottesco. Ispirato. La maschera iniziale che indossano ad apertura di sipario, subi-to smessa per rivelare i personaggi, anticipa l’ulteriore spogliamento finale di parrucche e crinoline, per catapultarli(ci) in un presente attualissimo, ma senza forzature. Quasi una logica conseguenza ritmica e drammaturgia, da marionette a esseri umani. Una sigaretta, occhiali scuri, luci soffuse, una canzone, due tre parole che evocano la noia esistenziale. Ed ecco il miracolo di un teatro d’atmosfera, stilizzato, energico e concreto. Per sorprenderci e ammaliarci. Al teatro Valle di Roma e in tournée. LE VOCI DI DENTRO Tutti, dalla servetta al capofamiglia, dalla moglie al figlio perdigiorno, ai fratelli Saporito, amano il sonno. Ma dormono poco e male i personaggi de Le voci di dentro. E i loro sonni sono frequentati da sogni angosciosi. In uno di questi Alberto Saporito, il protagonista, ha creduto che un suo amico scomparso sia stato ucciso dai vicini di casa, la famiglia Cimmaruta. E li fa arrestare. Ma la denuncia cade per mancanze di prove e rischia un’incriminazione per calunnia. Il peggio è che il malcapitato ha comunque scoperchiato un concentrato di veleni fra quelle mura domestiche. Infatti invece di indignarsi i cinque componenti della famiglia si recano alla spicciolata da lui per accusarsi reciprocamente di un reato non commesso. S’innesca un crescendo di rancori, sospetti e menzogne che non risparmiano neppure il fratello dello stesso Saporito il quale ne approfitta per tentare di svendere la loro ditta organizzatrice di feste patronali. Si giunge al diniego della comunicazione e della stima reciproca. Ma allora – sembra chiedersi Eduardo – a che servono le parole? È proprio vero – dice Saporito – che l’umanità è sorda. Tanto varrebbe fare come zi’ Nicola, il vecchio stralunato, saggio e misantropo che, guardacaso, da anni resta muto e al posto delle parole sputa sui passanti e si esprime facendo scoppiare mortaretti e tric-trac. Testo fra i più amari e risentiti di Eduardo De Filippo, Le voci di dentro evoca una forte crisi di valori degli anni del dopoguerra, che ben si adatta pure al nostro tempo. E Francesco Rosi, regista di impegno civile, se ne fa portavoce appassionato insieme a Luca De Filippo. Le bellissime scene in bianco e nero di Enrico Job (l’interno del primo atto con una grande vetrata sulla piazza del centro storico, e il magazzino del secondo con un ammasso di sedie, statue, paramenti e dipinti caravaggeschi), accentuano il tratto realistico del testo, ma ci sembrano smisurate per il clima più intimo dei dialoghi. Tutto si regge su una impercettibile alchimia di comicità e cinismo resa dal registro colorito degli ottimi interpreti e che Luca restituisce con un tono sommesso, stanco e disilluso, che ci illumina però di speranza.

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