Le scelte del M5S e Beppe Grillo

Il mancato accordo con il gruppo dei liberali europei mette in evidenza una strategia difficile da interpretare e una gestione del Movimento che non prevede spazi di autocritica. Comunque è in atto un processo evolutivo che, muovendo da posizione utopiche, guadagna via via in realismo. (Seguiranno altre analisi sui difficili passaggi politici degli altri partiti e gruppi in Parlamento)
Beppe Grillo a Parma in una foto di archivio ANSA/PIERPAOLO FERRERI

Bombardati da notizie, commenti, illazioni che lo riguardano, ognuno si pone la domanda: ma quale sarà la strategia di Beppe Grillo? La questione pare però destinata a restare senza risposta esplicita, tanto se una strategia sia del tutto assente, tanto se sia accessibile solo a pochissimi “eletti”.  Non resta che trarre qualche elemento interpretativo dai fatti che la cronaca politica registra. Peraltro gli ultimi fatti, svoltisi in ambito europeo, risultano particolarmente significativi, perché a differenza di altri accadimenti nei quali l’attività di Grillo appare indotta dall’esterno (vedi ad esempio caso Raggi a Roma), in questi ultimi si ravvisa una volontà riconducibile allo stesso leader del M5S, cui si può attribuire un preciso disegno.

Sappiamo come è andata: di punto in bianco si è diffusa la notizia dell’imminente trasmigrazione dei parlamentari europei M5S dal gruppo Efdd (Europe of Freedom and Direct Democracy) all’Alde (Alliance of Liberals and Democrats for Europe). Un passaggio di rilievo: dagli ultras dell’antieuropeismo ai fan dell’europeismo, da Nigel Farage a Guy Verhofstadt. Pareva cosa fatta, tant’è che la decisione veniva posta alla ratifica degli iscritti, che si esprimevano in 40.654 e approvavano con il 78 per cento dei consensi.

Ma subito la doccia fredda: i parlamentari dell’Alde si sono opposti all’ingresso dei colleghi grillini, sconfessando l’operato del loro capogruppo che aveva, senza coinvolgerli, condotto le trattative. Scoppia il caos, quello tipico delle operazioni che non vanno a buon fine. Allora viene fuori che le trattative erano in corso da alcuni mesi (così il blog di Grillo) ma che erano rimaste segrete anche per gran parte degli stessi parlamentari M5S; che quando gli iscritti sono stati chiamati a votare esisteva quindi già un accordo prendere-o-lasciare.

Ma soprattutto ci si concentra sulle ragioni che avevano fatto nascere l’operazione (http://www.beppegrillo.it/2017/01/votazione_online_il_gruppo_politico_europeo_del_movimento_5_stelle.html, in questo link la spiegazione di Grillo). Riassumendo: nella prossima legislatura il gruppo presieduto da Farage non ci sarà più; nel Parlamento europeo non è possibile rimanere fuori da un gruppo pena l’irrilevanza politica e la perdita dei fondi; con l’Efdd c’è stata poca sintonia (solo il 20 per cento dei voti in comune); si è provato con i Verdi ma è andata male, l’Alde invece ci accoglie. Se la cornice descritta vuole apparire condizionata da eventi e tecnicismi, in realtà le ragioni sono evidentemente politiche e si colgono anche nella sintesi che ne dà lo stesso Grillo: «Le condizioni politiche alla base dei negoziati con Alde sono molto chiare: condivisione dei valori di democrazia diretta, trasparenza, libertà, onestà; totale e indiscutibile autonomia di voto; partecipazione dei cittadini nella vita politica delle Istituzioni europee; schieramento compatto nelle battaglie comuni come la semplificazione dell’apparato burocratico europeo, la risoluzione dell’emergenza immigrazione con un sistema di ricollocamento permanente, la promozione della green economy e lo sviluppo del settore digitale e tecnologico con maggiori possibilità occupazionali».

Ma è andata male e il naufragio dell’operazione si configura infine come un fatto negativo, anche agli occhi di un osservatore non partigiano. Lo si deve valutare tale innanzitutto politicamente, perché sarebbe stato un bel passaggio quello da un gruppo ottusamente antieuropeista a un gruppo dalle ascendenze blasonate e che nasce, al contrario dell’altro, proprio per realizzare un preciso programma per l’Europa: avrebbe certamente aiutato i 5 Stelle ad abbandonare stereotipi che da soli allontanano molti elettori e fanno inserire d’ufficio il Movimento tra gli “impresentabili”.

L’esito però è negativo anche sotto il profilo del metodo, perché ha messo in luce una volta di più le contraddizioni della democrazia secondo Grillo: trasparenza a corrente alternata, metodi da palazzo contestati agli altri ma praticati in prima persona, chiamata in causa della base solo a fini di ratifica, eccetera eccetera. È comunque interessante osservare queste dinamiche, perché vanno inscritte all’interno di un processo evolutivo che muovendo da posizioni utopiche guadagna via via in realismo, con la sfida di quanta utopia riesce a portarsi dietro.

Purtroppo, al momento si deve registrare una brusca frenata su tutta la linea. Il rifiuto dei parlamentari dell’Alde non lascia il Movimento dov’era, ma gli fa perdere posizioni. Ricacciati nel gruppo Efdd, Farage ha preteso, per lavare l’onta del tradimento segreto, che i deputati grillini lasciassero incarichi importanti e si impegnassero a tenere in Italia un referendum sull’euro. La vicenda non ha lasciato indifferenti né i parlamentari europei (alcuni dei quali sono in uscita, con corredo di polemiche sulla penale da 250 mila euro che hanno sottoscritto), né quelli nostrani, né la base, i cui mugugni cominciano a crescere in quantità e in intensità. E tra le lamentele ve ne è una che è difficile non condividere: l’assenza di qualsiasi forma di autocritica o – almeno – di confronto schietto e di autentica accountability.

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