Le provocazioni del Genfest

A Budapest in 12 mila, sul web in 450 mila per mostrare la profezia dell’unità diventata storia.
Giovani per un mondo unito a Budapest

Sventola sul Ponte delle catene di Budapest anche la bandiera serba. La agitano dei giovani. «Sotto questa tela a strisce rossa, blu e bianca sono riuniti ben sette gruppi etnici – mi dice Ana –. Qui al Genfest, ci siamo sentiti un popolo unico capace di accogliere e conoscere gli altri popoli». Continua non senza commozione, ripensando alla guerra civile che in un passato recente li ha sanguinosamente separati: «Siamo ortodossi, cattolici e musulmani, ma sono questi i nostri bridge (i ponti), la prova che l’unità è vera». I ponti, costruzioni ardite capaci di collegare rive opposte, di scavalcare precipizi, sono diventati la metafora che i giovani dei Focolari hanno scelto per la decima edizione del loro meeting.
 
Si riparte dal mondo unito
 
In questa tiepida sera di fine agosto, su questo Ponte delle catene, di bandiere se ne vedono tante e non certo per un manifesto e orgoglioso nazionalismo: i giovani che le portano con modestia, come i vietnamiti, o quelli che la indossano con scanzonata disinvoltura, come i brasiliani, sono prova che il mondo unito, sognato da Chiara Lubich, è entrato nella loro storia, nella loro vita, nelle ferite e nelle speranze del loro Paese. Siamo in mezzo al flashmob – termine che indica un assembramento repentino convocato via web – più numeroso e internazionale mai svoltosi su un ponte. Questo record, ripreso dalla tv nazionale ungherese, trasmesso in streaming via web, condiviso con Facebook e Twitter nei cinque continenti, è un patto che questi giovani propongono, senza maschere, al mondo intero: «Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te, vivi la regola d’oro, comincia da chi ti è vicino e vedrai il cambiamento». Del resto Chiara Lubich, con loro, osava sempre mete alte: «Occorre nel mondo un supplemento d'anima, un supplemento di amore ».
 
La gioia sfida la storia
 
Sottile si insinua il pensiero che questa gioia, talvolta esplosiva, a tratti semplice, sia un mix di incoscienza e utopia. Sarà? Eppure questi giovani non tacciono le difficoltà e le fatiche che si celano dietro la loro scelta.
Sul palco dello SportArena, Nura, musulmana di Gerusalemme, racconta come, dopo l’intervento militare israeliano nella Striscia di Gaza nel 2008, durante un incontro di preghiera multireligioso, presenti anche giovani ebrei, avrebbe voluto scagliarsi contro di loro con parole feroci. E invece aveva desistito: «Abbiamo acceso delle candele e abbiamo ricordato le vittime della violenza di entrambi i nostri popoli. Tra noi c’era il ricordo di quei morti ma c’era anche la presenza di Dio. Solo in lui si può trovare la forza per superare il dolore, l’ingiustizia e le divisioni». E ha trovato anche negli insegnamenti del profeta Muhammad la regola d’oro.
Provoca non poco questa granitica certezza nell’amore che sa trasformare e aprire varchi in muri che sembrano ispessirsi costantemente, soprattutto in Medio Oriente. Eppure giordani, algerini, iracheni, egiziani, siriani e libanesi sono persino riusciti a scavalcare le barriere politiche per offrire una danza ai 12 mila di Budapest. Potenza di Youtube su cui è stata caricata la base che ha consentito a tutti di esercitarsi nel loro Paese, per poi rimettere insieme i pezzi in territorio neutro: l’Ungheria. Al contrario, la band burundese avrebbe dovuto cantare al concerto inaugurale del 30 agosto, ma i componenti non hanno ottenuto il visto. «La negazione della libertà di movimento, dove c’è povertà, guerra, dittatura, diventa un mattone di questo ponte», dicono via skype i componenti del complesso rimasti a casa. «Queste sono iniezioni di fiducia e di coraggio per cambiare il mondo sul serio», conferma Alessia di Belluno, dove tornerà con Marco perché anche lì «la superficialità ceda il posto all’accoglienza, all’aprire case e cuore».
 
L’impegno
 
Proprio come hanno fatto a Pomigliano d’Arco, Salvatore e Ilaria. Cinquanta giovani in fuga dalle guerre dell’Africa subsahariana non sono un problema da poco. Possono restare confinati nel centro d’accoglienza nell’indifferenza generale o essere amici a cui insegnare l’italiano, restituire una dignità con qualche lavoretto, o si può persino tradurre in tre lingue la messa per farli sentire più a casa. Loro due insieme alla comunità parrocchiale ci provano. «Purtroppo questi nostri fratelli non sono qui con noi – commentano rammaricati i due giovani del napoletano –, sono clandestini e non possono spostarsi».
Il programma del Genfest usa la metafora della costruzione dei ponti per condividere le azioni sociali che vedono protagonisti i giovani dei Focolari, proprio lì dove calamità e miseria abbattono gli argini del nostro quotidiano, emerge l’impegno concreto. Questa scia di fraternità seminata nel pianeta è lunga, impossibile da fissare in poche righe. Da qui l’idea di proporre su scala globale lo United World Project (www.unitedworldproject.org), un percorso che dovrà censire le azioni di fraternità nel mondo e istituire un osservatorio che le valuti e le faccia conoscere. «Questa non è una trovata utopistica – conferma Alberto Lo Presti, docente di Teoria politica all’istituto universitario Sophia –. L’osservatorio deve estrarre dalla nostra storia convulsa azioni di fraternità pura e quelle che si traducono in costruzione del bene comune, solidarietà, uguaglianza, buon vivere civile. Poi bisogna accreditarle e portarle alla pubblica attenzione».
 
L’arte è al servizio
 
Questo vento di novità e di speranza che si respira nell’Arena di Budapest viene riassunto dalle video proiezioni che colorano la scenografia minimalista del palco. La cicogna stilizzata, animale tipico di queste zone dell’Ungheria, inaugura la festa d’apertura con fotogrammi che raccontano dei 104 Paese presenti e la storia dei padroni di casa. I 700, tra artisti, tecnici, autori che hanno lavorato al programma, vogliono che anche l’arte e la bellezza siano gesti di fraternità, prospettive di bellezza da cui leggere il mondo e con cui parlare di Dio, di unità, di armonia tra uomo e natura, tra popoli.
Non serve altro. Anche le luci fluorescenti cucite pazientemente da Blady, giovane costumista albanese, trasformano in un gioco di marionette i ballerini sul palco. Ivan, seminarista, ora al Collegio romano, non esita a definirle forme nuove di evangelizzazione: «Qui si dà un Vangelo senza sovrastrutture o teorie. E capisco che ci vogliono professionisti della bellezza per dare al mondo Dio con questa profondità e leggerezza».
 
Il senso del credere
 
La fede, argomento tabù nell’Occidente materialista, segno di discriminazione in tante società asiatiche, pratica convinta nel continente latino-americano, diventa anch’essa ponte, luogo in cui incontrarsi anche se di Chiese diverse o di convinzioni non religiose. Qui non ci si vergogna a dirsi cattolici, indù, buddhisti, tutt’altro. Magued, cristiano egiziano, racconta della sclerosi che ha portato alla morte della madre e con cui ora combatte lui stesso con una grande serenità: «Dio ci vuole bene. Sta a noi fare la sua volontà e continuare a testimoniarlo con la vita».
Enikö, invece, è una luterana ungherese. Si era allontanata dalla sua Chiesa. Poi il Genfest. La liturgia da preparare e un nuovo ritorno: «Ho sentito una nuova chiamata da Dio, lui che mi dava l’occasione di donarmi». Jacob è ortodosso di Mosca, con lui c’è anche Maria che non ha una fede dichiarata, eppure entrambi sono decisi nel vivere per la fraternità e nel portare al prossimo Genfest «almeno 600 giovani, come ha fatto il Brasile». Beatrice del Burundi, lungo la marcia che percorre il centro della città, non può non ricordare quando Chiara Lubich invitava i giovani a portare Dio per le strade, nei palazzi, nelle cantine. Anche questa è una provocazione. Gli ungheresi hanno reagito tra commozione, applausi, segni di pace, bandiere alle finestre: qui i cortei sono funesti ricordi del comunismo.
Anche qui Let’s bridge lancia senza crociate altre provocazioni. Si marcia, ma per la pace. Certo ora si apre il tempo del ritorno a casa, del rischio del “come prima” ed è agli adulti che spetta gettare un nuovo ponte, quello del “sostenere” nella concretizzazione e nella speranza. Altra sfida, nuova provocazione.

 
Maria Voce: «Guardate lontano»
 
Proprio la creatività dell’amore, espressa in tante testimonianze, è uno dei tasti toccati da Maria Emmaus Voce nel momento di “a tu per tu” con i giovani. Attesissimo e salutato da una hola interminabile. Non pochi l’hanno incontrata nei suoi viaggi, molti la vedono per la prima volta, ma in tanti momenti del soggiorno ungherese l’hanno avvicinata con fare confidente e sempre con iPhone o macchina fotografica per immortalare l’incontro. Le sue parole dipingono le loro paure, le insicurezze, il tempo complesso e incerto in cui si trovano a vivere, ma al contempo li spinge a «relazioni vere di amicizia», a «dire sì e no» decisi, a guardare in alto. «Guardate lontano – insiste –, è lì che troverete l’appiglio sicuro. Guardate all’amore che è Dio». E continua: «Non abbiate paura! Il vostro contributo è unico, irripetibile. I problemi del mondo che ci circonda, per noi sono bisogni da soddisfare, domande di giustizia, di verità, di amore». E senza lasciarsi abbattere dalle grandi sfide che li attendono suggerisce di cominciare da chi sta più vicino, da piccoli passi, per continuare a costruire ponti. «Ce la faranno e ce la faremo», dichiara con convinzione a termine della celebrazione eucaristica della domenica che conclude il Genfest.

 
«Aprire alla riconciliazione tra i popoli»
 
Le parole per Città Nuova del card. Péter Erdö, arcivescovo di Esztergom, primate di Ungheria e presidente del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa
 
«Lavorare per l’umanità è un compito elevato per i cristiani. Lo slogan del Genfest era Let’s bridge: costruire ponti vuol dire innanzitutto sapere da dove si parte e dove si va, quindi conoscerci, perché non è una genuina opera per l’umanità quella che porta una cultura a sopprimere le altre. Bisogna anche compiere sforzi adeguati per promuovere una vera cultura dell’amore: questo costruisce la vera unità. Non si tratta di fare opera di globalizzazione, che comunque andrebbe avanti senza di noi, ma umanizzare la globalizzazione, scoprire la volontà di Dio in tutto quanto sta accadendo. Bisogna mettere l’accento sul “come”: come costruiamo cioè questi ponti? Come lavoriamo per l’unità dell’umanità?
«Questa grande manifestazione pubblica ha richiamato l’attenzione degli abitanti di Budapest al fatto religioso, ma una religiosità aperta al mondo. La religione non deve essere espressione di egoismo nazionale, ma aprire alla riconciliazione tra i popoli. Questa una delle lezioni del Genfest alla città di Budapest».

La cronaca, le interviste integrali, gli approfondimenti su cittanuova.it – speciale Genfest.

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