Le passioni di Caravaggio

A Capodimonte un evento eccezionale e curato. Imperdibile

Entrare a Capodimonte, a Napoli, e vedere Caravaggio è una emozione unica e una rivelazione sempre nuova. Caravaggio non stanca mai. La Flagellazione col Cristo quasi morente prima ancora che lo colpiscano i carnefici è un lampo rivelatore. Non è una flagellazione soltanto, è l’intera passione del Cristo realizzata con una sintesi drammatica potente. Cristo sta quasi spirando (la morte), il corpo sfiancato (l’andata al Calvario), legato alla colonna-croce ed è incoronato di spine. Come i maestri medievali, il pittore unifica i fatti cruenti nel corpo tozzo del Redentore, illuminato tuttavia da uno squarcio di luce (la speranza). Chiaro e scuro. Ecco la rivoluzione che Caravaggio porta a Napoli nei suoi due soggiorni, fuggitivo e solitario, nel 1607 e nel 1609.

Se a questa flagellazione accostiamo la tela di Rouen col Cristo che guarda verso l’esterno a cercare aiuto dal Padre – un uomo michelangiolesco e brunito – vediamo la forte personalità del pittore offrire alla colta capitale meridionale una visione dell’arte fatta teatro dell’immagine, grido disperato e insieme amoroso. I pittori napoletani,svegli e veloci, impareranno tutto. Da Battistello Caracciolo col Cristo flagellato urlante a Fabrizio Santafede, da Giovanni Baglione nella Deposizione a Ribera, vero “caravaggesco” italo- spagnolo.

Caravaggio è un fulmine che scompiglia tutte le carte. Chi entra nella cappella del Pio Monte della Misericordia – altra sede della mostra “Caravaggio Napoli“– rimane abbagliato dalle tele sugli altari dell’ottagono, e poi stordito di fronte alla pala centrale delle Sette opere di misericordia. Lui, Caravaggio, ha dimenticato la tavolozza calda romana ed ora è scuro, furente, notturno. Oscuro è il suo animo, pieno di terrori. Perciò compassionevole verso chi soffre. Così entra nei vicoli bui napoletani di allora – e di ora. Scopre il prete che accompagna il morto, la donna che allatta un carcerato, san Martino che spacca il manto in due per un povero, e così via. Gente vera, che cammina di notte, al cieco lume delle torce. Morte, spavento e generosità tutte insieme. Su tutti scende a capofitto, tra angeli-ragazzi dalle ali di rondini piumate, la Vergine col bel bambino, a dare pace.

È un filmato dove le luce gareggia con l’ombra nel far vedere la passione dei poveri, la passione dell’artista e la com-passione di Maria che getta speranza sul dolore.

La potenza di questo teatro nel teatro che è la vita napoletana sconvolse gli artisti per almeno un secolo: basti osservare la Madonna tra i santi Chiara e Francesco del Caracciolo, accesa di pathos e di lacrime.

Poi Caravaggio viaggia, a Malta, in Sicilia e torna a Napoli nel 1609, puntando verso Roma.

Tutto si è fatto scuro, essenziale, la tavolozza è terrosa, grida in nero e rosso. Un mondo tenebroso, con Salomè che mostra la testa del Battista senza alcuna gioia e Orsola che sta morendo, sorpresa da una freccia improvvisa. La morte come evento inatteso, eppure ben presente a Caravaggio. L’ultimo atto delle sue passioni, un po’ di luce fra le ombre cupe, una luce trafitta dalle tenebre ma non sconfitta. Caravaggio è oppresso dal dolore, ma spera. Lo capiranno tutti i pittori napoletani che questa mostra eccezionale e curata rilegge e scopre. Da non perdere. Fino al 14 luglio (catalogo Electa)

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