Le palme benedette di Usulután

Un gruppo di famiglie in una cittadina afosa e senza particolari attrazioni. L’attenzione ai figli degli emigrati.
Nella cattedrale di Usulutàn

Gli amici salvadoregni che mi accolgono mi propongono un’immersione nel profondo Paese, andando a trovare altri loro conoscenti, 70 chilometri ad Oriente, vicino all’Oceano, in una cittadina chiamata Usulután. Lì potremo prender messa, è la Domenica delle Palme. Accetto prima di leggere la sola riga che la mia guida dedica alla cittadina: «Grande, afosa, sporca e poco sicura». Bene, andiamoci.

Arriviamo nel bel mezzo della festa delle Palme. Il Parque Central, su cui si affaccia la Cattedrale, è invasa dalla popolazione locale alla ricerca delle elaborazioni floreali d’incredibile fantasia dei fiorai locali, non delle foglie di palma vere, che da queste parti sono comuni e perciò banali. Ci sono bambini, giovani, adulti e anziani, c’è l’intero paese. Sulla facciata della chiesa pende un enorme ritratto di mons. Oscar Arnulfo Romero, il martire del Salvador, che dice: «Il destino dell’uomo non è quello di possedere molto denaro, aver molto potere, essere vanitoso, ma saper compiere la volontà di Dio». Non so quanto la gente ci faccia caso, ma sta lì a ricordare che i cristiani debbono dar la vita per la propria gente.

Al termine della cerimonia, tutti, ma proprio tutti, debbono, in una confusione indescrivibile, farsi benedire le palme con abbondante acqua dal prete. Mentre sui gradini dinanzi alla Cattedrale la ressa raggiunge il parossismo: mendicanti, gente che vende palme e chi rosari, chi altro ancora, chi guarda le ragazze e chi guarda i ragazzi. E s’aprono i classici commerci delle sagre paesane, a cominciare dalle pupusa, frittelle di mais ripiene di fagioli, carne, formaggio… Il piatto nazionale.

Il resto della città effettivamente risulterà poco significativo, inondato dal sole e abbrutito dal calore. Noto una caserma che durante la recente guerra civile aveva concentrato su di sé un’impressionante quantità di attacchi dei guerrillero, facendo così di Usulután uno dei centri abitati che più vittime ha pagato alla guerra. E poi le solite villette monofamiliari – a un solo livello, perché sfidare i terremoti? –, protette da incredibili matasse di filo spinato che fanno assumere all’abitato l’impressione di un luogo di guerra. E forse guerra c’è sul serio, anche se tutti, senza dubbio anche i delinquenti, sono andati a farsi benedire – le palme, intendo. E forse anche le armi.
 
Con alcune famiglie del movimento ci si ritrova nella casa di Jaime Blandón e sua moglie Carolina, che gestiscono con tutta la famiglia una panaderia, un panificio-pasticceria, al centro della città: l'edificio era crollato nel terremoto del 2001 e così avevano dovuto ricominciare da capo. La loro casa è fresca, costruita com'è attorno a un patio fiorito e alberato. Come tutte le case della città è protetta da un robusto cancello di ferro.

L'avventura del Movimento dei focolari nella cittadina era iniziato nel 1981, allorché un religioso francescano, padre Ilario Contran, aveva invitato alcuni giovani della città a un incontro, una Mariapoli, che si teneva in Guatemala. «Abbiamo accettato l'invito – mi spiega Jaime Blandón – e siamo subito rimasti molto interessati dal progetto di vita che ci veniva proposto, tanto che l'anno seguente abbiamo subito organizzato la prima Mariapoli di El Salvador qui vicino, a Santiago de María, mentre già si era scatenata la guerra civile. Ci siamo ricordati allora l'incipit della storia del movimento: “Erano i tempi di guerra e tutto crollava”. Anche per noi quelli erano tempi di guerra. Le condizioni furono molto difficili, perché l'inizio delle ostilità aveva fatto mancare acqua ed elettricità nel collegio dove eravamo riuniti in 700 persone! Ma siamo riusciti a far tutto, utilizzando tutti i generatori portatili che avevamo. Fu un successone, e tanta gente aderì alla proposta dell'unità».
Jaime Zayas, da parte sua, mi precisa meglio il contesto: «Nella città c'era una fortissima presenza della guerriglia, e contemporaneamente c'era una grande caserma, quella che vedete qui accanto. Vennero interrotti persino i trasporti pubblici, perché appena varcavano il confine della città venivano mitragliati. In varie occasioni la guerriglia ha anche attaccato la caserma. Ricordo un periodo in cui, dopo l'ennesimo attacco, Usulután fu sottoposta a un sistematico bombardamento aereo e da terra durato ininterrottamente quattro giorni. Eravamo tutti giovani nel movimento, per cui eravamo guardati con sospetto ogni volta che ci riunivamo. E nel contempo, siccome ci dimostravamo intraprendenti, tutti e due i campi cercavano di arruolarci. Ma noi non abbiamo mai accettato. Abbiamo accettato, questo sì, che un soldato partecipasse ai nostri incontri per controllarci. Alla fine era quasi diventato uno di noi».
Carolina continua: «Terminata da dieci anni la guerriglia, nel 2001 abbiamo avuto la grande prova del terremoto, che qui a Usulután ha fatto danni enormi: metà della città era crollata, anche perché quasi tutte le case erano state costruite in adobe, cioè paglia e fango. Noi abbiamo perso sia la casa che la panaderia. In quell'occasione abbiamo veramente verificato che la famiglia del movimento era unita anche a livello internazionale, perché nel mondo si organizzarono varie raccolte di soldi per le vittime del terremoto, e ci è stato quindi dato quanto era necessario per ripartire e ricostruire le nostre case. Ricordo che aiutammo anche altre persone accanto a noi con quei soldi che Chiara Lubich ci aveva inviato».

La moglie di Jaime Zayas, Maty, mi racconta invece dei figli: «Una volta al mese ci riuniamo tutti assieme per commentare la Parola di vita e per condividere la nostra vita. È sempre un'esperienza molto bella, ricca di spunti positivi. A questi gruppi non partecipano solo membri di famiglie “normali”, ma anche persone che vivono situazioni familiari complesse. Nella città, infatti, c'è una forte disintegrazione familiare, soprattutto causata dalla fortissima emigrazione verso gli Stati Uniti, che porta tanti ragazzi e ragazze a restare senza padre, o senza madre, o senza entrambi. Vivono magari con una nonna, una zia o un cugino. Risultato: i giovani, che ricevono soldi dai genitori emigrati, migliorano le loro condizioni materiali di vita, ma peggiorano nell'aspetto affettivo, sono fragili e impreparati a costruire a loro volta una famiglia. Tanti di loro finiscono preda delle gang, e molte ragazze si ritrovano incinte a 14 anni, o prima. Perciò qui a Usulután puntiamo tanto sugli incontri per famiglie, per ricostruire un tessuto umano, familiare e sociale adeguato, coprendo buchi altrimenti pericolosi».

Uno spazio importante in questi appuntamenti è perciò dato alla formazione affettiva e sessuale. Certo, le famiglie del movimento cercano, se possibile, di inviare i loro figli nella scuola cattolica, un ambiente più protetto. La comunità di Usulután, inoltre, ha avvertito ad un certo momento la necessità di partecipare a qualcosa di organizzato per la rinascita sociale e umana della città. Ha quindi individuato una associazione che raccoglie figli di famiglie rimasti soli per via dell'immigrazione, per via della prigionia di papà o mamma, non perché orfani. Sono bambini che faticano a concentrarsi e a studiare… «Abbiamo cominciato col cercar di guadagnarci la loro fiducia – mi racconta Jaime Zayas – con un semplice gioco: per Natale abbiamo chiesto ad ognuno di loro di scrivere a Gesù Bambino che cosa avrebbero desiderato ricevere in regalo. Lo fanno in tanti, ma senza poi dar corso alle richieste, e facendo regali a pioggia: a chi capita capita. Invece noi, con l'aiuto della comunità del movimento di El Salvador, siamo riusciti a regalare ad ogni bambino proprio quello che lui desiderava ricevere: una bicicletta, libri, petardi… Così poco alla volta la fiducia dei bambini è cresciuta e hanno cominciato ad applicarsi. Ma non era sufficiente, serviva una presenza costante. Costatavamo che dei ragazzi arrivavano a 15 anni senza saper leggere né scrivere. Abbiamo così trovato una insegnante che ora è dedicata al cento per cento a questi bambini, e noi le paghiamo il salario necessario, grazie ai fondi che raccogliamo con le iniziative più varie, in particolare delle cene-bingo.

Ci sono riscontri positivi: tutti i ragazzi sono inseriti nelle scuole normali con profitto, e tre di loro sono addirittura i primi della classe. Dall'esclusione si è passati a una vera integrazione. Aggiunge Fernando, figlio di Jaime Blandón: «L'associazione è estremamente laica, ma siamo riusciti a introdurre anche una certa formazione religiosa, e così ogni anno ormai facciamo con loro il presepio, che è un'occasione ottima per spiegare loro i misteri della fede».
Usulután, 5 mila abitanti, calda, sporca e insicura. Sì, è vero. Ma anche ricca di vera umanità. Non si produce solo canna da zucchero, caffè ed emigrazione, ma anche condivisione.

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