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Cultura > Arte e Spettacolo

Le mine vaganti di Alain Platel

di Giuseppe Distefano

- Fonte: Città Nuova

Al festival internazionale di Villa Adriana, a Tivoli, fa tappa la tournée mondiale di Out of context – for Pina, un omaggio di Alain Platel e della sua compagnia Les Ballets C. de la B. a Pina Bausch

Alain Platel Out of context – for Pina

Non conosce soste, approdando ora al festival internazionale di Villa Adriana, la tournée mondiale di Out of context – for Pina, creazione collettiva e atto d’amore di Alain Platel e della sua compagnia Les Ballets C. de la B., a Pina Bausch, sua indiretta maestra.

 

Una dedica a colei che ha scardinato codici e linguaggi facendo irrompere prepotentemente la vita sulla scena. Lo stesso fa Platel, forse l’unico erede della grande rivoluzionaria del teatro-danza, con un suo linguaggio e stile di forte grammatica espressiva. Coreografo autodidatta con passato di ortopedagogista, allergico a canoni estetici, vi ha immesso la malattia dei corpi e dei sentimenti, le patologie della mente e dello spirito, restituendocele con una bellezza squassante.

 

La scena scarna è vissuta solo dai corpi di nove danzatori che, nel silenzio assoluto, salgono dalla platea in abiti casual per rimanere solo in biancheria intima e subito avvolgersi con una coperta arancione, quasi una seconda pelle. Naufraghi della vita, homeless senza radici, persone fuori contesto dal consorzio umano, smarriti sul palcoscenico del mondo. Immobili ci guardano. Poi si scrutano fra di loro. Si sfiorano.

 

Si staglia subito, tra timidezza e aggressività, tra tensioni e rilassamenti, la ricerca di socialità alimentata da un decalogo di posture che mettono in danza il silenzio, l’inespresso, l’incontrollato, l’inconscio. In questo linguaggio del corpo, nitido e rigoroso, emerge un alfabeto di segni attinto da un mondo di emozioni di matrice patologicamente anatomica. Busti, bacini, braccia, mani, piedi, gambe, bocche, occhi, generano quadri viventi consegnati al mistero della sofferenza.

 

C’è una bellezza pudica nei movimenti di quei corpi deformati da spasmi e contrazioni, da smorfie e forme armoniose, nelle rigidità e nei tic degli arti molto vicini all’handicap. Come mine vaganti si compongono in duetti e in gruppi nell’improvviso virare d’atmosfera che si tramuta in un karaoke dove, a turno, ciascuno intona una canzone e tutti ballano fluidamente su una musica techno, liberi, senza più freni, uguali agli altri.

 

In un irrefrenabile impulso danzante, uno di loro scende in platea attraversando le poltrone e le teste degli spettatori. Richiamato sulla ribalta tutto ritorna come prima, melanconicamente. E a niente serve l’invito rivolto alla platea ad alzare la mano per danzare con lui. Ripiegano le coperte e le ammucchiano come all’inizio. Si rivestono e scendono a confondersi nuovamente col pubblico ritornando ad essere anonimi. Ci resta l’urlo silenzioso delle loro identità marginali apparentemente senza speranza.

 

A Villa Adriana, Tivoli, sabato 25 e domenica 26 giugno.

Riproduzione riservata ©

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