Le malinconie di De Pisis

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Le cose più belle sono nascoste. Al motto che Filippo De Pisis ha voluto sulla copertina del suo primo libro di poesie, anno 1916, è rimasto fedele durante i sessant’anni della vita. Ed in effetti ogni volta che ci soffermiamo di fronte alle sue tele, alle piccole cose che ne formano il contenuto – carte oliate di pesce, vasi di fiori, vedute, ritratti – ci imbattiamo in un mondo dove la poesia si esprime per frammenti, come nei versi di un Pascoli. Carichi, come in questo poeta, tuttavia di una freschezza, di una voglia di vivere, intensa. Mai aggressiva. Il pennello di De Pisis scorre aereo, stenografico si direbbe, come a sollevare il velo che copre le cose, scorgerne un momento la verità e subito riporlo. Qua- si con malinconia, anzi con la nostalgia per una verità che mai si può veramente penetrare, ma soltanto intuire. Pensando a lui, rinasce infatti in noi il sentimento nostalgico di una brina mattutina che dà alle cose il volto di una apparizione luminosa ma poi le lascia ritornare allo stato di sempre. Vedo il Vaso di fiori del 1935: stilettate di luce a tratteggiare colori splendenti, ma fragili come i petali caduti. Osservo la Natura morta con mortaio, anno 1925, col pesce abbandonato oppure il Ponte sulla Senna a Parigi, dove le folate di brezza scivolano in fili di linee ariose, veloci. Uno stile leggero, il suo, a sospiri, emozioni colte nel presente, destinate a durare l’attimo. In questo sentimento di indecisione dinanzi agli aspetti solidi della vita – penso ad un Morandi -, di impossibilità di eternità, nell’attimo fuggente che dell’esistenza sa dire solo filamenti luminosi, credo stia l’assoluta originalità della poesia di De Pisis: la sua stringente attualità. Percorsa da uno struggimento sottinteso. Mai greve o disperata, però. Anzi, delicatissima. Man mano che il pittore si avvicina alla maturità, le strie lampeggianti che zigzagano sulle tele in sobbalzi del colore, giungono all’essenziale. Lasciate le esperienze giovanili parigine, il fervore degli incontri con letterati e pittori internazionali che l’hanno suggestionato e formato, e i cui echi rimangono nelle sue opere – chiara è l’influenza dechirichiana – Filippo si ritira in sé stesso, cerca la fonte della poesia più vera, si vela di tristezza dolce e raffinata. La sua delicatezza diventa sensibilità estrema. L’amore per la vita si assottiglia nei fili di luce delle tele, come versi di una sola parola. Al pari dei grandi artisti, ricerca la sintesi. Liberamente, senza furori, ripiegamenti drammatici o amarezze. Si direbbe che ascolti di più le voci di dentro per arrivare finalmente a toccare la bellezza che si nasconde. In quel sollevare e riporre il velo da ciò che appare – timore di una rivelazione? – il poeta-pittore dice le ultime parole. Cosa rimane di un maestro così grande? L’invito ad esplorare, forse, ciò che sta oltre l’apparenza. Al di là di una carta oleosa, di un pesce marcito, di un vaso di fiori ruggenti, di un paesaggio rapidamente accennato, o di un corpo appena toccato, esiste l’infinita bellezza delle cose. De Pisis va gustato a lenti passi. Lasciandoci sedurre dalla velocità del suo tocco, affascinante porta su ciò che non si vede. Ci si incontra così con la nostalgia della bellezza irraggiungibile, ma che – almeno un attimo – si può, forse, toccare. De Pisis. Brescia, Museo di Santa Giulia, fino al 19/3 (catalogo Linea d’ombra libri). De Pisis a Ferrara. Ferrara, Palazzo dei Diamanti, dal 12/3 al 4/6 (catalogo Ferrara Arte).

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