Le magnifiche “incompiute” di Stevenson

Ristampati in nuova traduzione i due romanzi di Stevenson ai quali lo scrittore scozzese continuò a lavorare fino all’ultimo giorno.

Pensare a Robert Louis Stevenson è sentirci riafferrare – come scrive Roberto Mussapi – dal «mito del tesoro, lontano, conquistabile a prezzo di un lungo viaggio per mare, che da ragazzi ci ha affascinati fino a trattenere il fiato alle avventure di Jim Hawkins, il giovane protagonista de L’isola de tesoro», il romanzo che insieme a Lo strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde rivelò al mondo il talento dello smilzo autore scozzese: un equilibrato mix di romanticismo e realismo, caratterizzato da prosa limpida e delicatezza di ritmo narrativo.

Se nel corso del tempo la critica nei suoi riguardi è stata piuttosto altalenante (c’è stato anche chi lo ha ridimensionato come “scrittore minore”), per un poeta come Mussapi, che ha splendidamente tradotto anche diverse raccolte poetiche di Stevenson, non ci sono dubbi: l’autore di Edimburgo è un grande che «va comparato a Melville, Conrad, Dickens, al miglior Dumas e al miglior Hugo», dotato come ogni vero scrittore e poeta di una eccezionale capacità di ascolto che gli permetteva di captare visionariamente realtà tradotte poi in visioni come quelle narrate, appunto, nello Strano caso del dr. Jekyll e mr. Hyde e nel Master di Ballantrae, romanzi nei quali è indagato il mistero del bene e del male presenti nell’uomo, o anche nei magici Racconti dei mari del Sud, in cui prevale lo stupore davanti al primitivo e ingenuo mondo polinesiano non ancora guastato dalla civiltà.

È del resto un dato di fatto che la fortuna di questo narratore di miti non è mai tramontata: non per niente è attualmente il 26esimo autore più tradotto al mondo e continue sono le ristampe dei suoi romanzi, anche meno noti. Come quelle, recenti, di Weir di Hermiston e di St.Ives o Le avventure di un prigioniero francese in Inghilterra (pubblicati in nuova traduzione, rispettivamente, da Fermento e da Robin), che per l’ambientazione all’epoca delle guerre napoleoniche confermano la vocazione di Stevenson al romanzo storico sulle orme di Walter Scott.

Entrambe le opere, le ultime da lui scritte a Upolu – una delle isole Samoa, dove visse con la famiglia dal 1890 fino alla morte nel 1894, a soli 44 anni –, rimasero incompiute e pubblicate postume. Ma mentre St.Ives, un vero fuoco d’artificio di avventure in trenta capitoli, venne completato dal romanziere Arthur Quiller-Couch, nessuno osò terminare il prezioso frammento di Weir, che molti ritengono l’apice dell’arte di Stevenson, alla stregua di certi capolavori mutili della statuaria classica: solo nove capitoli che narrano sia il contrasto tra il sensibile Archie e suo padre, giudice intransigente nel condannare i colpevoli, sia la burrascosa storia d’amore intrecciata dal giovane con l’affascinante Kristie. Con una più viva comprensione e caratterizzazione dei personaggi, anche di quelli femminili, rispetto ai precedenti lavori.

A documentarci sulla vita quotidiana dell’inguaribile “narratore di storie” che fu Tusitala (questo il significato del nome con cui Stevenson veniva chiamato dagli indigeni di Upolu, grati per la sua difesa dell’isola dalle interferenze europee) è il saggio introduttivo di Marco Cacucci all’edizione di St.Ives, corredato di foto storiche.

Quanto al suo metodo di lavoro, iniziava a scrivere alle prime ore del mattino, approfittando del silenzio in cui era immersa il suo cottage a Vailima, alle pendici del monte Vaea. Fertile creatore di sempre nuove storie, era normale per lui lavorare contemporaneamente a due o più titoli, alternandoli a seconda dell’estro o dello stato d’animo del momento. Non che passasse tutto il tempo a scrivere: amante della musica, talvolta come diversivo suonava un piccolo flauto a becco, il flagioletto, quando non assisteva alle danze degli indigeni sotto le finestre del suo studio-biblioteca, o elargiva benevoli consigli a chi di loro veniva a consultarlo oppure s’intratteneva con gli ospiti europei sbarcati sull’isola.

Dacché cominciò a soffrire del crampo dello scrittore, Stevenson prese l’abitudine di dettare le storie di cui aveva precedentemente preso appunti a Isobel, la figlia di primo letto della moglie Fanny; appunti rielaborati durante la dettatura, che fluiva rapidamente come se leggesse un libro stampato. Lo scrittore s’infervorava a tal punto in quello che immaginava, da riprodurre con la mimica e con la voce, mentre dettava, i caratteri dei diversi personaggi nei loro dialoghi. Continuò a dettare, imperterrito, anche durante gli scontri e i rumori d’armi tra le due opposte fazioni che si contendevano la supremazia nell’isola.

S.Ives – storia di un nobile francese caduto nelle mani degli inglesi, che evade in modo rocambolesco dal castello di Edimburgo e per riunirsi alla fanciulla di cui si è innamorato durante la prigionia si trova ad affrontare ogni genere di avventure – fu dettato a intervalli tra il gennaio 1893 e l’ottobre 1894. Circa sei settimane prime della morte improvvisa per emorragia cerebrale, Stevenson lo accantonò per riprendere Weir. A metà gennaio 1893 una influenza lo bloccò a letto, impedendogli perfino di parlare. Appreso da Isobel l’alfabeto dei muti, riprese a dettare con questo sistema. Del resto, aveva sempre asserito che scrivere lo faceva sentire star meglio, lui che fin da bambino viveva sotto la spada di Damocle della tisi e, dopo tanto viaggiare, aveva finalmente trovato alle Samoa un clima più favorevole.

Preso dalla febbre creativa, sperava così di portare a termine entrambi i lavori, senza contare i nuovi progetti futuri. Aveva la sensazione che gli rimanesse poco tempo da vivere? Probabilmente l’aver posto mano, in una remota isola polinesiana, a due romanzi “scozzesi” costituiva un richiamo irresistibile alle proprie origini per uno come lui che avvertiva la vita sfuggirgli.

Dai nativi che lo veneravano, Tusitala fu sepolto con tutti gli onori in cima a quel monte Vaea che sovrasta il villaggio di Vailima, nell’isola ospitale dove aveva trovato quella genuinità di vita assente nel mondo borghese da cui proveniva. Meta oggi di pellegrinaggi, il suo monumento funebre reca l’epitaffio da lui stesso dettato: «Egli riposa qui, dove desiderava riposare./ Dal mare è tornato a casa il marinaio./ Dalle colline è tornato il cacciatore».

 

 

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