Le lacrime di Botero

Mai pensare di conoscere subito un artista. L’opera di Fernando Botero, gratificata dalla critica come grande, espressione di personaggi assenti, di un mondo colombiano ma anche di rapporti con la cultura occidentale, di spessore figurativo nelle sue forme così dilatatate, si presenta come un mondo precostituito: Botero è uno dei grandi dell’arte contemporanea, tutto ciò che crea è di altissimo livello, non c’è nulla da aggiungere. Vero? La mostra romana offre tuttavia delle sorprese. Man mano infatti che ci si sposta da una tela all’altra si è presi da una sorta di fibrillazione, come se qualcosa ci desse una scossa. Queste figure paciose, dalle tinte forti, dalle ombre colorate, non sono innocue. La Vedova, 1997, tratteggiata in un interno con i figli piccoli e il gatto – un figlio anche lui – in braccio, piange lacrime calde. Il cardinale, 1998, ha un’aria sgomenta, mentre la Signora in un interno, col cagnolino ai piedi e la grossa collana, in attesa d’essere fotografata, è inespressiva nell’anima prima che nel tratto. Eppure i volti sembrano uguali, le pose non variano granché, il cromatismo è sempre e comunque assolato. Però, ma mano che la visita prosegue viene da dire: attenti a quest’uomo, non solo a questo artista, perché le sue opere non sono silenziose, sconvolgono! Sa essere spietato.Vedere la Donna di rango con la larga spaccatura dell’abito sul petto o, ancor più, il Palazzo presidenziale: una tela tremenda, ironicamente spiazzante come i ritratti regali di Goya. Ma è pure Hogarth, l’implacabile narratore della vacuità sociale nella Londra del Settecento, a tornare alla memoria, in una vicinanza ideale con Botero. Perché di lui ci si ricorda osservando i prepotenti o gli arricchiti del Colombiano o comunque le persone fatue, viste con occhio implacabile, mentre diversa è la compartecipazione alle vicende quotidiane di donne al mare, amanti che si ritrovano, strade di villaggio, feste e balli. Qui lo sguardo è sereno, come semplici sono le gioie della vita, piccola ricompensa alla fatica dell’esistenza. Che talora tocca le punte del dramma. Infatti, più che i disegni – sbalorditivi per capacità evocativa e qualità tecnica – sul mondo carcerario, un vero inferno da cui si vorrebbe distogliere lo sguardo (e invece qui la poesia diventa imperativo morale, atto politico come negli Espressionisti); sono alcune piccole tele a gridare ancor più la disperazione del mondo degli ultimi. Nella Madre e figlio, 2004, sotto un cielo cupo che non risponde, nel chiuso di un vicolo recintato da un muro altissimo – come in un fondale di Caravaggio – una pioggia di lacrime bagna il volto di lei che regge il bambino morto. Di fronte a queste figure accarezzate da pennellate morbide si prova la stessa pietà che ci invade davanti a qualunque pietà dell’arte che sappia esprimere il dolore, qui inconsolato e inconsolabile. Come l’orrore che Botero prova in certe tele di eccidi, politici o familiari. Colti così come sono, con un realismo che non lascia indifferenti. Ma non era questo l’artista che vive in un mondo tutto suo, che osserva e non giudica, indifferente: che lascia all’osservatore il giudizio su quanto vede? Altro che. La sorpresa è grande, quando a fine visita ci si ritrova per nulla riappacificati con noi e il mondo, affatto sollevati. Botero inquieta. Le architetture figurate, le nature morte cariche di vita implacabile che morde il colore e ci viene addosso, imprimono a cose e persone la dimensione della poesia epica. Ben oltre la dilatazione formale di volti uniformi sta il cuore dell’ispirazione di Botero. In verità egli sembra spargere un dolore spasimante per le ingiustizie della vita insieme ad un amore viscerale per ogni forma di esistenza. Tutti appaiono uguali nelle sue tele e grandi, perché così sono gli uomini. Ed anche il Crocifisso stillante sangue ha la stessa energia morale del Fucilato, anno 2004, con i proiettili lanciati nel loro viaggio di morte. Ma nell’impassibilità dell’uomo colpito sta una forza gigantesca. Quella con cui Botero ancor oggi guarda e ci guarda.

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