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Cultura > Arte e Spettacolo

Le fantasie di Piero di Cosimo

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova


Il macrocosmo del Rinascimento in viaggio tra classicità e manierismo viene interpretato dal pittore fiorentino con tinte dure, aspre, bronzee, non mancando però di attingere ai grandi maestri del tempo antico e presente da Leonardo a Botticelli. Una rassegna mondiale lo ricorda a Firenze

Piero di Cosimo pittore

Il grande pubblico forse non lo conosce a fondo, ma nella Firenze degli anni buoni (1464-1522) non c’erano solo Ghirlandaio e Botticelli, Cosimo Rosselli e Filippino Lippi, tanto per citare alcuni rappresentanti di un rinascimento quanto mai variegato. C’era Piero di Cosimo, morto sessantenne e malato nel 1522, ma che prima di quella data aveva distribuito capolavori di originalità, bizzarria, crudezza e fantasia che sono stati riuniti – in molti e da tutto il mondo– agli Uffizi fiorentini sino al 27 settembre per una rassegna curata da Antonio Natali.

 

Eccentrico lo era Piero, senz’altro. E geniale. Eccentrico nel senso migliore del termine, ossia uno che vive e lavora “fuori dal centro”, lo guarda e lo interpreta a modo suo. E’ l’impressione che si prova davanti alle sue opere.  Dietro, si vede che c’è Rosselli, Botticelli, Ghirlandaio, Filippino, Amico Aspertini, i fiamminghi, magari Leonardo e Pollaiolo, ossia il macrocosmo del Rinascimento in viaggio tra classicità e manierismo.

 

Piero tutto osserva e si forma un suo linguaggio. Colori traslucidi, tinte durette e talora aspre, bronzee, corpi che si contorcono in pose innaturali: sono miti furiosi e poco sereni, ritratti fascinosi, pale mosse e passionali. Felicità, sembra, poca. Ma, talora, si scorgono vertici contemplativi, come l’Incarnazione di Gesù tra i santi (Uffizi) in cui la Vergine è “fecondata” dalla colomba dello Spirito, col volto estatico di lontana ascendenza peruginesca, ma lucido e “scolpito” dalla luce.

La luce che in Piero è sempre tersa, come nell’appassionata ed intima Maddalena (Roma, Galleria a Palazzo Barberini) affacciata al davanzale: dama fiamminga sul fondo grigio, in un raccoglimento di rara bellezza. Un ritratto, come altri che Piero dipinge, vivido e robusto, lo stesso de Il giovane (Londra).

 

Nelle pale sacre, Piero si dimostra impulsivo e nervoso come un Filippino Lippi. La Madonna col bambino del 1495 (Toledo, Usa) prega con una tale passione il piccolo addormentato – bronzeo come lo dipingerà più tardi Michelangelo nel Tondo Doni – da turbarci quasi, come succede nella Madonna col Bambino ed angeli di Venezia (Palazzo Cini) del 1507, stagliata sul fondo blu, col piccolo ridente a sostenere l’archetto del violino dell’angelo. Forme monumentali tra luci irreali ed una inquietudine non troppo nascosta: Savonarola non è passato invano.

 

Ma la fantasia di Piero vaga in alto quando si immerge nel mito. Non solo in storie vivaci di figurette snelle (Il ritrovamento di Vulcano, 1490) dove flora e fauna sono puntigliosamente descritte come in un Botticelli, però più smagato; ma nei soggetti dolenti come nel Satiro che piange la morte di un ninfa (Londra, National Gallery, 1500 circa). Lo slargo orizzontale della tavola, immersa nel chiaro della luce marina si riverbera sui corpi dentro una linea musicalissima. Il dolore è muto, come i l cane accovacciato, tristemente, mentre la ninfa giace sull’erba rivestita di fiori. Poesia del compianto, lumi evanescenti di un idillio spezzato. Piero intuisce già che il rinascimento aureo è destinato a chiudersi fra poco tempo? E’ possibile.

Noi intanto guardiamo alla sua arte irrequieta ed anelante alla pace, sospesa tra due epoche, proprio come oggi, e ne restiamo incantati.

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