Le due barchette

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Vivevano un tempo, in un minuscolo villaggio di pescatori due fratelli: Grato ed Eleuterio. Pareva che il nome dato loro dai genitori, avesse misteriosamente influito sul loro carattere. Grato, infatti, era cresciuto con un sentimento di grata dipendenza verso il Cielo. Ogni sera, prima di prendere il largo con la sua barca, che aveva chiamata Provvidenza, egli si affidava alla sua buona stella che, lassù, gli sorrideva benevola. Eleuterio, invece, era cresciuto, secondo il significato del suo nome, libero e indipendente, con il sentimento di non dovere nulla a nessuno, men che meno al Cielo. Ogni sera, prendendo il largo con la sua barca, che aveva chiamata Intrepida, Eleuterio rivolgeva un’occhiata, tra l’indulgente e l’ironico, al fratello che mormorava la sua preghiera, poi gettava i remi in acqua, affidandosi alla forza dei suoi muscoli e alla sua esperienza del mare. Ma una notte, né la buona stella di Grato, né la forza di Eleuterio bastarono per far fronte all’ira del mare che si era scatenata all’improvviso. L’Intrepida e la Provvidenza, sollevate dalle onde del mare, furono presto inghiottite dai flutti e scomparvero nelle profondità delle fauci marine, mentre i due fratelli vennero catapultati, semisvenuti, sulla spiaggia deserta di una piccola isola, in mezzo al mare. Sul far dell’alba, quando entrambi ripresero i sensi, Eleuterio disse a Grato: – Ebbene, caro fratello, Provvidenza o no, a quanto pare siamo pari. – Già – mormorò Grato. – Bene, se non vogliamo finire i nostri giorni su quest’isola sperduta in mezzo al mare, non resta che darci da fare – disse Eleuterio, quindi si alzò e si mise in cerca del materiale con cui poter costruire una buona zattera. Grato invece non si mosse. Il suo sguardo si perdeva lontano e i suoi pensieri pure. Perché anch’io? – si domandava – A cosa serve allora affidarsi alla Provvidenza? Ci sarà poi davvero questa Provvidenza?. E mentre guardava il fratello che, fischiettando, legava insieme due tronchi con delle liane, pensava: Beato te che non hai nessuno da incolpare!. Eleuterio sembrò indovinare i pensieri del fratello perché disse: – Basta, cos’è quel muso? Dopotutto, non ci è successo niente di straordinario: una tempesta, un naufragio son cose da mettere in conto, quando si va per mare. Quanto alla tua Provvidenza si vede che, la notte scorsa, s’era addormenta ta! Vieni qui, piuttosto, e dammi una mano a legare questi tronchi. Grato si alzò per aiutare il fratello, mentre pensieri nuovi si intrecciavano dentro la sua mente. Davvero siamo pari? – si domandava adesso Grato osservando il fratello che lavorava tranquillo accanto a lui -. Intanto, questa brutta avventura, per lui è qualcosa di normale, io invece sono scosso nelle fondamenta delle mie certezze. E questo, forse, è un bene. Ho imparato che nessuno di noi è al riparo dalle disgrazie perché siamo tutti imbarcati su quella fragile barca che è la vita. Grato dovette unire parecchi altri tronchi prima che una luce chiara si levasse nella sua mente. – Ho trovato! – esclamò infine, ad alta voce -. Ho trovato il senso di questa disavventura. – Che vai dicendo, fratello? – chiese Eleuterio, stupito. – Vado dicendo, caro fratello, che non siamo pari! – disse, convinto, Grato -. Vado dicendo che, dopo questo naufragio, tu sei rimasto quello che eri prima, io son cambiato. Vado dicendo che quello che conta non è sfuggire ai naufragi quotidiani, ma essere su una barca solida quando avverrà l’ultimo naufragio. Quello che ci catapulterà sull’altra riva. E, adesso sono certo, quella barca solida ha un solo nome: Provvidenza. – Sei proprio sicuro che io non sia cambiato? – dice Eleuterio. – Cambiato tu? Ma se ostenti la tua solita sicurezza, la tua indipendenza. – Hai detto bene: ostento. Ma dentro di me ho avuto paura per la prima volta in vita mia. Mentre le onde mi sballottavano su e giù pensavo al mio bambino di cinque anni: e se non dovessi rivederlo più, mi dicevo? E ho sperato che la vita mi facesse il regalo di riabbracciarlo. Ho sperato in qualcosa, in qualcuno, non lo so nemmeno io, ho sperato perché io non potevo fare nulla. Ma adesso basta pensare: la nostra zattera è pronta, si torna a casa, fratello! Sì, sono tornati a casa sani e salvi, Grato ed Eleuterio. Ad attenderli sulla spiaggia ci sono le loro mogli, trepidanti. Marino, il figlio di Eleuterio si stringe alle gonne della mamma e tiene una manina nascosta dietro la schiena. Quando il papà lo prende in braccio, gli mostra la sorpresa che ha preparato per lui: una barchetta di carta bianca. Aiutato dalla mamma Marino ha scritto su un fianco il nome della barchetta: Provvidenza. – Perché hai chiamato così la tua barchetta? – chiede il papà, stupito. – Dovevi chiamarla Intrepida, come quella del papà. Provvidenza era il nome della barca dello zio, ti sei sbagliato, ometto mio! – Non mi sono sbaiato, papà. Ho chiamato la mia barchetta Provvidenza, come quella dello zio, perché il nome è più bello. – E anche più vero – sussurra la moglie di Eleuterio all’orecchio del marito mentre lo abbraccia ancora una volta. Eleuterio sorride. Il suo è un sorriso disarmato e aperto, un sorriso che, chi lo conosce bene, non gli aveva mai visto. – E quella barca solida ha un solo nome: Provvidenza. Non mi dicesti così, Grato, là sull’isola? Grato annuisce, ricambiando il sorriso aperto del fratello. E anche il sole sorride, in cielo, per quel fresco miracolo avvenuto in un cuore.

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